- Il Raduno dei Sei- Capitolo Ventinovesimo
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18.apr2011 @ 10:40
Non ci sono commenti Capitolo XXIX
I prigionieri si gettarono ai piedi dei loro liberatori, ringraziandoli fra i singhiozzi. Alcuni di loro erano stati rinchiusi in un mondo altereo per centinaia d’anni…
Si accorsero che ai loro piedi stava un forziere pieno d’oro, d’argento, gemme e gioielli. Il dono per loro dello spirito riconoscente. Le rivolsero un pensiero d’affetto e gratitudine.
Ma già il duca, impaziente, saliva frettolosamente per il pendio accompagnato dalla sua scorta personale. –Dov’è?– gridò, con voce alterata. –Dov’è?
–Sono qui, fratello– balbettò un giovane tremante, inginocchiandosi davanti a lui. –Perdonami. Non ho eseguito il compito che mi avevi affidato…
Lui lo ignorò completamente. –Dov’è?– chiese, rivolgendosi ai Sei. –Dov’è il tesoro del mio antenato… lo splendore del castello? Lo voglio!
Virdena fissò i verdi occhi gelidi in quelli del nobile arrogante. –Ci avevate chiesto di riportarvi vostro fratello. Non avevate parlato di un tesoro. Ma avevo capito subito che non era l’affetto a spingervi. In ogni modo, abbiamo fatto quanto ci era stato imposto. Non vi dobbiamo niente di più. Voi, piuttosto, ci dovete la nostra libertà, come avete promesso.
–Non giocate con me– ringhiò il nobiluomo, vibrante di collera. –Sapete cosa potrebbe costarvi. Datemelo.
Anton fece un passo avanti, conciliante. –Non sapevamo che ci fosse un tesoro, signore… quindi non abbiamo pensato a cercarlo. Ciononostante POTREMMO esserci ritrovati qualcosa in mano… e se ci ridarete il bambino e ci consegnerete il nuovo salvacondotto, POTREMMO ricordarci dove l’abbiamo messo.
Il giovane improvvisamente spianò il volto al sorriso. Era così schifosamente chiaro quello che stava pensando! Ma certo. Li farò ritornare in cella… e poi li costringerò a parlare con le buone o con le cattive. Questi stupidi plebei non sanno con chi hanno a che fare.
Fece un cenno al capo delle guardie che avanzò con Winke e lo riconsegnò ad Angela. Lei si affrettò ad avvolgerlo nel mantello. La polvere magica ormai stava finendo il suo effetto. Il duca sorrise in modo melenso. –Come vedete, mantengo la mia parola. Ma per il salvacondotto dovremo tornare in città. Seguitemi, vi prego.
Si incamminarono dietro di lui senza replicare. Ma Gunnar diede uno sguardo eloquente ad Angela. Il mercante di magie non era nel gruppo. E si erano fatti menare per il naso abbastanza da quel nobilastro. Qualsiasi cosa pensasse, era LUI a non sapere con chi aveva a che fare.
Angela si fermò come se le fosse improvvisamente venuto in mente qualcosa. –Aspettate. Vorrei prima pregare per l’anima di quella povera donna… perché sfugga le pene dell’inferno. Ha molto odiato e molto sofferto.
–Ma certo– disse il duca, con gesto grazioso. –Perché no?– I soldati si avvicinarono al suo cenno, e chinarono la testa.
La monaca chiuse gli occhi e si raccolse per qualche attimo. Poi levò la testa, spalancò le braccia, e cominciò una lunga invocazione di misericordia al cielo.
Era appassionata, sofferta, quasi mistica. A poco a poco tutti ne furono conquistati. Anche quelli che all’inizio avevano un’espressione ironica la persero lentamente, sgranando gli occhi in compunzione e stupore. Quella bellezza e quella voce avrebbero convinto il più bieco dei Mori a farsi cristiano. Molti ormai avevano le lacrime agli occhi. Erano così concentrati su di lei che non badavano più a nient’altro.
Così non fecero caso agli altri cinque che scendevano allegramente giù dalla collinetta. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, Anton tolse gentilmente di mano al capitano delle guardie le redini del carro ducale. –Permetti, amico.– Quello annuì distrattamente, con un sorriso ebete, senza guardarlo.
Condussero il carro ai piedi dell’altura, e vi attaccarono i loro cavalli. Angela si mosse lentamente, discendendo, seguita dagli occhi adoranti di tutti. Depose Winke all’interno e poi montò a sua volta.
E Gunnar spronò al galoppo.
Per un lunghissimo minuto gli armigeri rimasero immobili, persi nell’eco della dolce voce svanita. Qualcuno applaudiva perfino.
Poi a un tratto si riscossero come da un sogno… e videro i prigionieri filarsela sotto il loro naso sul carro del loro signore! Scornato e furioso, il duca urlò: –Fermateli! FERMATELI!
I soldati montarono a cavallo più in fretta che potevano e partirono all’inseguimento. I fuggiaschi erano in vantaggio… ma loro andavano più veloci. Li avrebbero raggiunti subito.
Invece no. Il cielo si oscurò a un tratto. Prese a cadere una neve fittissima che li accecava, che formava sul terreno una crosta ghiacciata facendo scivolare i cavalli. E poi un miasma soffocante si abbatté su di loro, bloccandoli fra lacrime e conati di vomito. Quando si furono ripresi anche da quello, il carro era sparito nel nulla. Non credevano ai loro occhi. Ma davvero non lo vedevano più, e non c’erano tracce sul terreno oltre il fiume. Nessun modo di capire che direzione avessero preso. Tornarono indietro con la coda fra le gambe.
Nella furia del nobile beffato si insinuò un brivido di paura. Sarebbero andati alla capitale. Avrebbero riferito al re quello che aveva fatto. Si prese la testa fra le mani. La sua avidità l’aveva rovinato. Aveva perso il tesoro dell’antenato e tutto quello che aveva.
Molti chilometri dopo, il carro tornò ad essere visibile. Gli occupanti ridevano a crepapelle, dandosi gran manate.
–Non sapevo che potessi farlo– disse Anton a Virdena.
–Neanch’io. Ma sono diventata più potente dopo stanotte. Se quel bel tipo ha un mago al suo servizio, però, ritroverà le nostre tracce. Che facciamo?
–Puntiamo verso la Valle, attraverso le montagne– disse deciso Gunnar. –Là saremo al sicuro e potremo raggiungere la capitale con una scorta e un nuovo salvacondotto. Sarà dura, ma è l’ultima cosa che quello si aspetta. Non potremo fermarci in città. Dovremo accontentarci di quello che c’è nel carro… e della “brodaglia” di Angela– terminò, con un’occhiata maliziosa ad Anton.
Lui alzò gli occhi al cielo tragicamente. –Meno male che qua dentro c’è molta roba!… Quel duca è un idiota, ma almeno si tratta bene!
Galopparono per tutta quella giornata e la seguente. Al tramonto, salutarono finalmente con un grido di gioia le torri del castello di Vallenera. Il loro viaggio ormai era quasi alla fine.–Sono passati quattro giorni– disse Fiona. –Siamo pronti o no ad andare?
Parlava più che altro a se stessa, per dar sfogo alla sua impazienza: il loro ospite –avevano saputo che il suo nome era Mrak– stava preparando le ultime cose per la sortita, all’interno della caverna; i suoi giovani fratelli, Aursh e Amak, giocavano a “palla–macigno” con grandi urla e risa sfrenate, per scaricare la tensione e l’eccitazione della prossima battaglia. Elviana li osservava, appoggiata alla recinzione improvvisata, stando ben attenta a stare fuori tiro: se i due ragazzoni avessero sbagliato a lanciare il loro giocattolo, avrebbero potuto schiacciare qualcuno degli stranieri come una zanzara. In quei pochi giorni aveva imparato un po’ della loro lingua, e si era fatta raccontare della loro storia e delle loro usanze: il modo di vivere delle creature diverse da lei l’incuriosiva.
Singel uscì dalla grotta al fianco di Mrak: dietro venivano la moglie e il figlio del gigante. L’ospite portava in spalla un macigno avvolto in una rete di funi. –Siamo pronti– disse, mentre gli altri si avvicinavano. –Tuttavia, non possiamo andare tutti. Qualcuno deve restare a proteggere Hita e Mal. Se la strega scoprisse cosa stiamo cercando di fare, potrebbe mandare qualche bestiaccia ad attaccarli.
–Noi tre non ci separeremo– replicò Singel, gentile ma fermo. Mrak annuì comprensivo. –Allora io verrò con voi– concluse, –e i miei fratelli rimarranno.
Aursh e Amak, appena il fratello maggiore ebbe tradotto loro le sue intenzioni, presero a protestare con rabbia e frustrazione. Lui li zittì. –Come capofamiglia, ho io il dovere di andare. E non è detto che restando qui non possiate combattere. È una grande responsabilità quella che vi affido.
I due abbassarono le spalle, nient’affatto contenti, ma rassegnati. Stettero a guardare imbronciati mentre Mrak si allontanava con i tre guerrieri, gelosi di quegli estranei che avevano rubato loro la battaglia. Hita era preoccupata. Il piccolo Mal salutava invece allegramente il padre, certo che sarebbe tornato vincitore.
–Di notte le bestie della strega si spargono per tutta la palude– avvertì Mrak. –Ma è anche l’unico momento in cui possiamo sperare di coglierla da sola, senza le sue guardie. Anche da sola, però, sarà tutt’altro che indifesa. Attaccarla ora è sia meno pericoloso che più pericoloso.
–AH!– gridò Fiona, portandosi una mano alla guancia. Una riga di sangue le scendeva sul volto. Erano circondati da una nube d’insetti notturni, più aggressivi delle comuni zanzare. Il loro morso faceva molto male.
–Oh, quelle bestioline. Mi ero dimenticato di parlarvene. Noi abbiamo la pelle troppo spessa perché ci facciano qualcosa, ma voi… certo, siete molto più piccoli.
–State vicino a me– ordinò Elviana, prendendo per mano l’amica e il fratello e mettendosi in mezzo a loro. –Dolce signora della vita… in nome del tuo potere, allontana da noi queste tue creature. Che esse non ci facciano del male.
Come se avessero avuto una mente, gli insetti ronzarono via, evitandoli. Intorno a loro si formò uno spazio libero, in cui potevano avanzare senza fastidi. Mrak annuì con meraviglia e convinzione. –Siete davvero molto forti.– Poi, improvvisamente, volse la testa verso il cielo con le orecchie tese. –C’è qualcosa. Gli uccelli guardiani della strega… sento il loro stridio! Stanno arrivando! È uno stormo enorme… ci hanno scoperto!
Di lì a poco i loro occhi notturni li individuarono. Volavano agguerriti verso di loro… creature dalle esili zampe, dal lungo becco, dal piumaggio bianco, con una luce malefica e selvaggia negli occhi. Il gigante afferrò il masso e tirò con tutte le sue forze. Ne stramazzarono al suolo una buona metà. Poi mise mano alla clava e prese a menar colpi all’impazzata.
L’urlo stridente di quello che stava davanti al gruppo salì di tono mentre i tre guerrieri accorrevano a dar man forte al loro compagno. Sembrò quasi articolarsi in parole umane. Sembrò trasformarsi in un canto melodioso. Fiona sbatté le palpebre. Le parve di vedere un sogghigno crudele sul volto di Mrak. Certo… come aveva fatto a non capirlo prima? Anche lui era al servizio della strega, e li aveva attirati in trappola! La sua parte Aeliph si ribellò a quella convinzione imposta dall’esterno, ma lei non l’ascoltò. Doveva uccidere il traditore. Sollevò la spada contro di lui.
A un tratto una forza interiore di luce e calore parve venirle in aiuto. Sentì la musica svanire, la sua mente liberarsi, e si svegliò dalla trance. Come aveva fatto? Un altro potere dello scudo? Se era così, doveva ringraziarlo. O forse…
Ma non aveva tempo per le domande. Singel stava dirigendosi verso Mrak. Era caduto anche lui vittima dell’incantesimo! Doveva fermarlo! –Oh, Zephyris e Vadar!– chiamò, accorata. –Liberate il mio amico, prima che faccia qualcosa che lo farà soffrire!
Funzionò. Il giovane si fermò a metà del fendente, chiedendosi cosa fosse successo. Per fortuna né il gigante né Elviana si erano accorti di nulla. Ma devo distruggere quella creatura ora… prima che possa farlo di nuovo!
Rivolse lo scudo contro l’uccello e gridò forte il nome di Vadar. La maledetta bestia schivò, bruciacchiandosi solo un po’ le penne, il getto di fiamme, e si gettò su di lei in picchiata. Colpì con tutte le forze che aveva e lo abbatté come un pezzo di legno piumato.
Quando lo stormo vide cadere il comandante, volò via come impazzito. I quattro rimasero ansimanti a guardarlo allontanarsi. Tutti quei becchi avevano fatto un bel po’ di buchi nella loro pelle. Anche Mrak era sfinito. Si rattopparono a dovere e proseguirono. Singel insistette per essere lui a curare Fiona, e la sorella, sorridendo, lo lasciò fare.
Non ci furono altri attacchi, per un po’. Si dirigevano verso la parte più fitta dell’acquitrino, e senza la capacità di vedere al buio avrebbero scorto ben poco in quella nebbia fittissima che non lasciava passare neanche un raggio di luna. Si sentivano degli ululati in lontananza.
–Non avremmo dovuto lasciar andare gli uccelli– disse Mrak, nervosamente. –Avranno senz’altro avvertito gli uomini–bestia e la loro padrona. Adesso per noi sarà più difficile.
Ora che aveva agio di pensare, Fiona rifletteva. Come era riuscita a resistere all’incantesimo? Cosa l’aveva protetta? Non era qualcosa che venisse da lei, ne era sicura. E non poteva essere stato nemmeno lo scudo: ne conosceva i poteri, e questo non era uno di essi. Un altro mistero veniva ad aggiungersi a tutti quelli che già attendevano una risposta. Poteva solo augurarsi che la risposta non tardasse ancora molto.
Finalmente il gigante si fermò. –Ecco. Siamo arrivati.
Era una spelonca di tronchi marciti e sconnessi, da cui esalava un odore di putrido. Sembrava abbandonata, ma questo non la rendeva meno inquietante e sinistra. –Non potrò accompagnarvi là dentro, purtroppo– si rammaricò il loro compagno. –Del resto, dovremo fare ancora qualcos’altro prima che possiate entrare, se non mi sbaglio.
Non si sbagliava. Fruscii piegarono le lunghe erbe, ringhi sommessi li circondarono. Occhi rossi si accesero nel buio. Bestie che camminavano come uomini, i canini scoperti, il pelo ruvido e sporco, sbucarono da dietro la costruzione e, alle loro spalle, dai cespugli e dai rovi acquatici. Erano loro. I servi della strega.
Un gruppo saltò addosso a Mrak, che prese ad abbatterli con la clava come buoi. I tre se ne trovarono di fronte quattro. Avevano spade lucenti, ricurve come mezzalune. Gli occhi cercavano i loro, con bagliori di odio malefico. Avvertirono la potenza di quegli sguardi, ma non si lasciarono sopraffare. Si misero in guardia e pararono gli scudi, e quando le bestie si lanciarono su di loro spalancando le fauci, colpirono. Un mostro cadde. Un altro finì in ginocchio. Vedendo la forza dei loro avversari, indietreggiarono e se la diedero a gambe guaendo: spade e zanne non potevano nulla contro quelle armature.
Contro la pellaccia dura –ma non protetta– di Mrak avevano potuto, invece. Il gigante era malridotto. Si offrirono di curarlo, ma rifiutò.
–Ora dovete entrare là dentro… e contro la strega avrete bisogno di tutte le vostre energie. Io vi aspetterò qui, nel caso gli uomini–bestia tornino. Non preoccupatevi. Quei denti fanno male… ma non ci sono conseguenze. Coraggio. E buona fortuna.
Bastò un calcio a spalancare la porta marcita della capanna. S’infilarono dentro con cautela, armi in pugno, pronti a tutto. Non c’era quasi niente all’interno. Stracci, sporcizia. In un angolo, una strana sacca… in un altro, qualcosa che sarebbe potuto sembrare un cumulo di rifiuti alla vista di uno Hum. Ma i loro occhi non potevano sbagliare: era qualcosa di vivo. La strega?… Elviana aveva il bel viso contratto in una smorfia per il puzzo. Si fece forza e avanzò, toccando la cosa con la punta lucente della spada.
Sotto gli stracci la creatura rabbrividì. Scattò di lato sbucando dal nascondiglio e balbettando con voce infantile: –Mamma!
Era un bambino Aeliph, piccolo e spaventato, con pelle chiara e grandi occhi luminosi spaventatissimi. Tremava. Fiona si sentì smuovere qualcosa dentro. Si rivedeva piccola e terrorizzata assistere al dolore di Nalanna senza poterla aiutare. Si avvicinò inginocchiandosi e tese la mano al piccolo. –Non aver paura. Sei stato catturato dalla strega? Di quale bosco sei?…
Il bimbo guardò in volto i guerrieri e parve riconoscerne i lineamenti. Si rifugiò piangendo nelle braccia della ragazza. –Lei ha preso la mamma! Se l’è portata via sottoterra! Ha detto che poi tornava a mangiarmi– singhiozzò. –Salvate la mia mamma! Per favore!
Fiona ritrovava i sentimenti di tanto tempo prima, quando Byron era piccolo e le si aggrappava disperatamente, prima di crescere e di staccarsi da lei e da tutto. Strinse a sé il bambino, mormorando parole di conforto. –Mostraci dov’è andata la strega.
Lui sorrise improvvisamente. Balzò in piedi e l’afferrò per un braccio. –Vieni!
Lo seguì passo passo, e i gemelli le andarono dietro. Il piccolo indicò una porticina sulla parete. –È passata di qui.
Fiona e Singel si rivolsero alla porta, voltandogli le spalle. Elviana no. Aveva una strana espressione sul volto, e non staccava gli occhi di dosso al piccolo. Le sembrava troppo facile. Fu così che vide la sua bocca assumere improvvisamente una piega crudele. In un lampo, comprese. –Non fatelo!– gridò, slanciandosi in avanti.
Troppo tardi. Avevano già sfondato la porta. Ne uscì una zaffata di vapore verde che li investì in pieno. Lei era più lontana, ma gli altri due caddero a terra in preda alla nausea, indifesi. Il bambino crebbe fino a raggiungere la statura di un uomo, s’incurvò, s’ingobbì, prese la figura di un’orrida vecchia dalla pelle verdognola, che si scagliò sulla terza vittima. Le unghie sporche di fango trapassarono l’armatura come se niente fosse. Ma anche Elviana colpì, e bene. E continuò a colpire. La vecchia dannata si indeboliva a vista d’occhio.
Allora le puntò gli occhi addosso, gracchiando una maledizione in una lingua sconosciuta. Elviana si sentì a un tratto preda di una terribile debolezza. La spada le cadde di mano, le gambe non la ressero più. Non poteva resistere. Cadde inerme, esposta all’attacco della strega.
Fiona si riprese in quell’istante. Vide. Non riusciva ancora a rialzarsi… e se avesse invocato il potere di Darelion avrebbe investito in pieno anche l’amica! Cosa poteva fare? Decise fulmineamente. –Signori della luce! Aiutatemi ad abbattere questa creatura del male!
L’aria crepitò. Un colpo invisibile si abbatté alle spalle della vecchia, facendola vacillare. Gli artigli verdastri mancarono il colpo. Ma era ancora viva, e ora si volse furibonda verso di loro.
Singel cercò di alzarsi, ma ricadde. Il veleno faceva ancora effetto. Elviana era prigioniera della malia. Tocca a me, dunque. Fiona si alzò lentamente, fronteggiando la strega.
Quella ripeté la maledizione, puntandole contro il dito. Ma lei non ne fu minimamente toccata. Di nuovo, quella sensazione di protezione la avvolgeva. Si lanciò sull’avversaria gridando, e vibrò un fendente violentissimo.
La vecchia urlò e si sciolse in un mucchio di fanghiglia.
Elviana fu libera dall’incanto. Singel, che era riuscito a rimettersi in piedi, la rialzò gentilmente, sorridendo all’amica. Fiona ricambiò il sorriso.
Si curarono a dovere e si accertarono che non ci fossero altre bestie o veri prigionieri nella capanna. Nulla. A parte la piccola sacca. Quando l’aprirono, scoprirono meravigliati che conteneva più roba di quanto ci si sarebbe potuto aspettare… oro, fiasche di liquido colorato, e un paio di rotoli scritti in un linguaggio per loro incomprensibile. Doveva essere quanto la strega aveva rubato alle sue vittime. Bene: l’avrebbero preso loro.
Uscirono trionfanti, annunciando a Mrak la loro vittoria. Rimisero in sesto anche lui. Il gigante raggiava di gioia. –Grazie– disse, prendendo le loro mani nella sua mano enorme. –Ora le bestie si disperderanno, e la palude tornerà vivibile. Per noi… e un giorno, chissà, per gli altri.
Prima di lasciare quel luogo, Fiona si volse indietro ancora una volta. Invocò le fiamme, che le si accesero nella mano, e le scagliò con forza. La catapecchia prese fuoco immediatamente. Poi, severamente, i quattro girarono le spalle e tornarono alla caverna.
Aursh e Amak li aspettavano, in piedi su un ammasso vegetale putrefatto. Li aveva attaccati e l’avevano abbattuto. Quindi avevano avuto anche loro la soddisfazione di combattere, ed erano al settimo cielo. Li accolsero con grida di congratulazioni e manate che quasi ruppero loro la schiena. I tre giovani sopportarono pazientemente, sorridendosi fra loro.
–Domani ripartiremo– disse Fiona. –Abbiamo perso fin troppo tempo.
Mrak, Aursh e Amak, e anche Hita e Mal, guardarono gli ospiti come se fossero caduti dalla luna.
–Non se ne parla nemmeno! Dovete partecipare alla festa della vittoria! Mangeremo, berremo e giocheremo per tutto il giorno a palla–macigno. È la tradizione! E NON accetteremo assolutamente un rifiuto!
11.apr2011 @ 06:29
Non ci sono commenti Capitolo XXVIII
Il cavaliere era diventato corrotto e maligno, e aveva commesso azioni malvagie contro degli innocenti. La spada ormai rifiutava di obbedire ai suoi ordini. E lui, dal canto suo, non sopportava di avere una serva così poco obbediente. Un’arma è un oggetto: dovrebbe semplicemente obbedire. Non era disposto a tollerarla. Oltretutto, non era nemmeno potente come il mago gli aveva fatto credere.
Avrebbe potuto semplicemente metterla da parte. Ma non era così che lui agiva. Voleva domarla, imporre il suo dominio con la forza. Così si rivolse a uno stregone. Gli chiese di togliere alla spada la mente, in modo che tornasse a essere un oggetto inanimato da poter manovrare a suo piacimento. Non aveva pensato che il suo benefattore avrebbe saputo immediatamente quello che stava facendo.
Nel mezzo del rito magico se lo vide apparire davanti, in una nube di vapori bianchi, furente. Il vile stregone fuggì. E il cavaliere infedele rimase solo, nel laboratorio, ad affrontare lo sguardo severo di colui la cui fiducia aveva tradito.
Gunnar era tremendamente infuriato. Soprattutto con se stesso. Era come se la sua forza non trovasse sbocco. La spada di semplice ferro non aveva potuto niente contro quelle creature. Aveva dovuto usare le frecce che avevano trovato… e non erano servite a molto.
Almeno il terzo piano del castello non era immerso nella nebbia. E le porte c’erano: aperte o socchiuse. Il gemito era sempre più forte, e li riempiva d’angoscia.
Killit tirò improvvisamente la manica di Gunnar. –Quanto tempo sarà passato da quando siamo entrati? Può essere un giorno intero?
–Non lo so. Perché?
–Perché fuori è buio. Guarda!– e indicò una finestra aperta.
Una luna piena immensa splendeva sulle acque stellate dell’Aran. Il bosco mormorava. Lo spiazzo davanti al castello era deserto… come se il seguito del duca li avesse abbandonati. –Dannazione– mormorò il vichingo. –È passato più di quanto credessimo. Ormai avranno scoperto Winke.
–Aspetta– esclamò Virdena con una strana espressione. –Non avevano detto che di giorno non si incontrano mostri, qui? Invece hanno continuato ad arrivare senza sosta. E poi… com’è possibile che ci sia la luna piena se ieri sera eravamo all’ultimo quarto?
Rabbrividirono, senza ben sapere il motivo. Ma non ebbero il tempo di in-terrogarsi. Una voce profonda suonò alle loro spalle: –Benvenuti, fratelli.
Sei monaci erano là, allineati in bell’ordine, le mani congiunte, l’espressione compunta. Mentre si giravano a guardarli, la luce che entrava dalla finestra cambiò. Raggi di sole illuminarono il pavimento davanti a loro. E questo non li rassicurò affatto.
Dei fantasmi? Delle creature tormentate, come quella che avevano visto di sotto? Oppure…
–Venite con noi– disse con voce mansueta il primo della fila, afferrando Angela per un braccio. –La nostra signora oggi si sposa, e tutti siamo riuniti nella cappella.
Li seguirono senza dire una parola. Forse avrebbero scoperto qualcosa di più sul motivo della maledizione. I pii uomini sorridevano, a capo chino, ripetendo fra loro versi monotoni come una litania: sembravano giaculatorie, ma il tono era ben più lugubre. Anton e Killit aguzzarono le orecchie, e quel che sentirono non piacque loro per niente.
–Era la più bella di tutte le belle.
–Lo amava più della sua anima eterna.
–Ma lui bramava il potere, il tesoro della sua casa.
–Poter creare regni con la forza del canto.
Aprirono la porta della cappella. Le ombre di un uomo e di una donna stavano, profilate dalla luce, accanto all’altare. I loro occhi abbagliati percepirono un’immagine di radiosa bellezza, innocenza, amore. Fra di loro luceva un’arpa… un’arpa d’oro, che entrambi toccavano scambiandosi i voti nuziali.
–Egli non l’amava. Bramava il suo tesoro.
–Fuggì e l’abbandonò sull’altare da sola.
–Commise sacrilegio davanti a Dio e all’amore.
La figura dell’uomo parve improvvisamente staccata da quella della donna. Afferrò l’arpa. Fuggì nella loro direzione. E il volto innocente di lei, sull’altare, calamitò i loro sguardi, distorto da un urlo d’angoscia… che a poco a poco diveniva odio.
Levò la mano e la terra tremò, il sole si oscurò. Il pavimento della cappella si spaccò davanti all’uomo terrorizzato, che indietreggiò. Cadde in ginocchio abbandonando l’arpa, e implorò vigliaccamente colei che aveva tradito.
–Non l’aveva mai amata. Avrebbe potuto ucciderlo.
–Ma troppo ancora lo amava. Gli risparmiò la vita.
–Andò via, il vile, impunito. E divenne potente tra gli uomini.
–Ma lei morì di dolore. E noi siamo morti con lei.
La visione disparve di colpo. La cappella era spoglia, tetra, diroccata. Fulmini balenavano dietro le vetrate. E ai banchi sedevano corpi morti, putrefatti. I sei monaci divennero sei orrendi scheletri in saio, e puntarono le dita ossute al cuore dei viaggiatori.
Angela mosse le labbra in uno scongiuro. Questo parve farli infuriare ancor più. Si gettarono loro addosso urlando come le anime dannate che erano.
Virdena ne bruciò uno in un colpo solo. Gli altri vennero finiti in fretta, anche se Gunnar non riusciva a dare il meglio. Nella grande stanza tornò il silenzio. Guardarono mestamente i morti ingioiellati, seduti a conversare da secoli inutilmente, e l’altare rovinato, testimone di un dolore ineguagliabile. Angela pregò sommessamente per quelle povere anime.
–Credo che quelle siano le scale della torre– annunciò Virdena con voce incolore, indicando un punto a destra dell’altare.
–Allora saliamo– disse Gunnar, spiccio. –Poniamo fine a questi tormenti prima che passi altro tempo.
–Se si può dire che passi– osservò Rico. –Credo che qui dentro il tempo di fuori non valga. Ecco perché chi entra non esce più. Chissà quanto ne è trascorso all’esterno.
–Ci penseremo dopo. Andiamo.– Si mossero in silenzio verso la porta delle scale. Giunta sulla soglia, Virdena si voltò. –Aspettate un attimo.
Pronunciò una formula magica e scagliò una sfera di fuoco contro le tende cadenti e tarlate che pendevano dalle vetrate. Le fiamme si appiccarono im-mediatamente e avvolsero la cappella, bruciando i miseri corpi in un rogo pietoso.
–Riposate in pace– mormorò la ragazza.
Salivano forse da minuti, forse da ore. Le scale a chiocciola erano lunghissime e oscure, e svoltavano continuamente, disorientandoli. Mostri dalle forme strane erano venuti loro incontro, ed erano stati abbattuti. La stanchezza confondeva loro le idee, il pianto accorato della fanciulla morta abbuiava le loro menti. Se non avessero avuto i medaglioni, forse sarebbero caduti in preda alla disperazione già da tempo. Ma anche così, andavano avanti meccanicamente, con le gambe pesanti e il cuore ancor più. Raggi di sole e di luna ferivano alternativamente il buio dalle molte feritoie, dando il senso inquietante di un’eternità malata, non fuori dal tempo ma in tutti i tempi.
Angela consumò quanto restava dei suoi poteri. Ormai erano giunti al momento decisivo… e dovevano combattere al loro meglio. Ma la stessa idea di vincere, ormai, era molto annebbiata in loro.
Ecco, finalmente. In cima alle scale, una porta chiusa. Da dietro proveniva il lamento, più forte che mai. E a guardia, un cavaliere dalla abbarbagliante armatura di cristallo multicolore… che li aspettava, sfidandoli.
Virdena gridò l’incantesimo del fulmine mentre Gunnar si slanciava per gli ultimi gradini verso il nemico. Ma la sua spada cozzò inutilmente contro il cristallo, e fu respinto di nuovo. Anzi, ricevette un fendente micidiale.
Nemmeno Killit riuscì a scalfire l’armatura scintillante. Gli altri invece colpirono, scheggiandola, infrangendola con mille tintinnii. Andava in pezzi quasi più facilmente di quel che si sarebbero aspettati. Per un attimo, cantarono vittoria.
Ma proprio in quel momento raggi multicolori partirono dal corpo dell’essere, attraversandoli. Gunnar e Killit urlarono di dolore. Virdena scomparve nel nulla. Angela… emise un sospiro e stramazzò a terra. Morta.
–NOOO!– urlò Rico. Scagliò l’ascia. La figura scintillante esplose in frantumi luccicanti, tintinnando.
E due di loro non c’erano più. Gunnar si sentì annebbiare la vista. Si afferrò la testa con le mani, emise un lamento straziante. Prima Hilda… ora questo… e lui non aveva potuto far nulla! Cominciò a gridare, a gridare, per non smettere più.
Anton lo afferrò per un braccio e mormorò un secco ordine. La testa del colosso biondo ricadde improvvisamente, sul suo volto si stese l’oblio.
–Ci sarebbe anche mancato che perdesse il controllo– disse il ladro, quasi senza voce, distogliendo lo sguardo. –Quando si sveglierà, starà meglio.
Rico si era inginocchiato accanto ad Angela. –Cosa facciamo adesso?
–Quella piccola stupida– rispose Anton, quasi inudibilmente –se fosse qui, adesso… direbbe… che gli dei non ci abbandoneranno. Che dobbiamo andare avanti. Farò finta che abbia ragione. Non mi resta altro, ormai.
Cadde il silenzio, interrotto solo dal lungo lamento del fantasma. Killit cominciò a piangere sommessamente.
Dovevano essersi addormentati, perché quando ripresero coscienza i resti del cavaliere di cristallo si erano dissolti. E da dietro la porta veniva una luce verdastra e una musica arcana, che completava lo strazio del canto. Nessuno disse nulla. Avrebbero fatto quel che dovevano fare.
Rico medicò come poteva gli amici. Lui e Anton non avevano quasi nulla, ma Gunnar e Killit erano ancora gravi. Il vichingo sentiva la rabbia corrergli dentro come sangue. Sapeva che sarebbe bastata la minima spinta perché si scatenasse ancora. Non sapeva se pregare che accadesse o che non accadesse.
Anton, torvo, si mise al lavoro sulla serratura della porta. Era grande, complicata… forse incantata. Fu un lavoro lungo e duro. Infine riuscì a sbloccarla e spalancò con decisione i battenti.
La scena che si presentò ai quattro dei Sei che rimanevano li fece restare senza fiato. Forse non erano più nello spazio normale: di fronte a loro si apriva un vastissimo salone di cui non si riuscivano a scorgere le pareti, completamente vuoto, inondato di luce smeraldina. Macchie nere di vaga forma umana volavano ululando per quello spazio immenso. Un trono enorme si innalzava dal centro, intorno erano ammassati tesori di valore incalcolabile, davanti si apriva un pozzo nero da cui uscivano dei vapori colorati. Sul trono una donna dai lunghissimi capelli ondeggianti a un vento inesistente, che li guardava con espressione fredda. Teneva sulle ginocchia un’arpa d’oro, la stessa che avevano visto nella cappella.
Il canto era cessato, solo lo sguardo del fantasma incontrava il loro, indifferente. –Che cosa volete da me?– riecheggiò la sua voce nella vastità verde.
–Volevamo liberare un prigioniero e nient’altro– esclamò Anton ad alta voce. –Ora invece io voglio distruggerti, chiunque tu sia. Ci hai tolto le nostre amiche. Non m’importa se hai sofferto.
–Erano state avvisate. Come voi. Che t’importa di loro?
–Se lo chiedi– rispose il ladro, sputando in segno di sprezzo –allora sei uguale a quello che ti ha abbandonato.
Per un attimo un’ombra di collera passò sul bellissimo viso. Poi gli occhi ripresero la loro espressione imperturbabile. –Se volete me, dovrete oltrepassare i miei servitori.
Le macchie oscure si raggrupparono davanti a loro, andandogli lentamente contro. Si misero in guardia. –Aspetta– disse Gunnar a voce alta e chiara. –Se hai un po’ di senso dell’onore, fa’ in modo che questo sia uno scontro alla pari. Dammi un’arma che possa contrastare questi esseri.– Perderò il controllo tra poco. Lo sento. Almeno così… sarò loro d’aiuto.
La donna fece un gesto di concessione con la mano. –Prendila pure dal mucchio.
Il vichingo si rivolse all’immenso tesoro. Cercò e scelse una spada che si adattava al suo braccio. La palleggiò due o tre volte per provarla, e poi annuì. –Sono pronto.
Allora i fantasmi oscuri si gettarono su di loro. Tutti e quattro colpirono. E tutti e quattro furono colpiti, avvertendo dolore, gelo, e una terribile debolezza che invadeva tutte le membra. Gunnar sentì spezzarsi il suo fragile dominio su se stesso… e per una volta diede il benvenuto al furore cui era condannato. Non resistette. Urlando, si precipitò addosso alle ombre, falciandole una dopo l’altra.
Erano troppe. Anton si difendeva con spada e magia… ma fu colpito troppe volte. Cadde in avanti, svenuto. Killit, subito dopo.
Rico raddoppiò gli sforzi. Doveva finire quegli spiriti… e salvare gli amici! Almeno loro! Colpì alla cieca, quasi quanto Gunnar… finché l’ultimo mostro non si fu dissolto nel nulla.
Allora si precipitò verso Anton e Killit. Con la coda dell’occhio, vide Gunnar che si guardava intorno, in cerca di altri nemici. Sperò che gli concedesse almeno un minuto. Tirò fuori le bende per fasciarli.
Troppo tardi. La belva infuriata aveva visto muoversi qualcosa, e non c’era Angela a calmarla. Gli si avventò contro ululando, come un orso inferocito. Ma il Dwalim non si mosse. Non poteva interrompere quel che stava facendo. Non poteva difendersi. Pregò che almeno l’amico non l’uccidesse con un colpo solo…
Il colpo non giunse. Si voltò stupito, e vide il vichingo bloccato, imprigionato da una rete di luce. La dama sul trono teneva il braccio levato, lo fissava intensamente. Era solo ad affrontarla. Ma non provava rabbia, né odio, né paura: soltanto stanchezza, dolore e pietà.
–Ti importa tanto di loro?
–Dovresti saperlo– le rispose stancamente. –Credo che tu abbia visto tutto quel che abbiamo fatto nel tuo castello. A tutti noi importa gli uni degli altri. Due sono morte, ora… due in fin di vita… uno in tuo potere. Io sono l’ultimo, e sono ferito. Potresti uccidermi, se volessi. Ma non è giusto far soffrire tutti per ciò che ha fatto uno.
–Tu hai vinto– disse lo spirito. –Dunque puoi chiedermi ciò che vuoi.
Lui scosse la testa. –Non voglio nulla. Solo i miei amici… e anche… che tu non soffra più. Mi importa… anche di te.
–E se li uccidessi?
Rico non rispose. Si limitò a guardarla con compassione infinita.
E per la prima volta, sul viso della fanciulla comparve un’espressione. Meraviglia, e trepidazione. –Li riavrai– disse. Mosse la mano. E Gunnar si trovò libero e sano, purificato dal suo furore, e i due caduti si rialzarono intatti, senza una cicatrice. Rico si accorse che anche le sue ferite erano scomparse.
–Siete i primi– disse la damigella, –siete i primi a entrare nel mio castello senza volere nulla.
Anton si guardava incredulo, ma il suo tono era ancora sprezzante. –Per fartelo capire, però, sono morte due nostre compagne. È un prezzo troppo alto, per me.
–Posso restituirvele– esclamò lei. Un bagliore dorato brillò al loro fianco. Vi comparve Angela, sana e salva, gli occhi chiusi. Si svegliò lentamente, stupita di vedere di nuovo la luce. Furono inondati dalla gioia, e l’abbracciarono.
–E Virdena?…– chiese Anton.
–Lei non è morta. È nel luogo dove mando tutti coloro che tentano di sottrarre il tesoro di questo castello. Avete chiesto che siano liberati, e lo saranno.
Rivolse le mani verso il pozzo davanti a sé. I vapori danzanti che ne uscivano, agitati dal gesto, turbinarono violentemente. Si sparsero per tutta la stanza, si rappresero in centinaia di piccole nuvole multicolori, e le nuvole acquistarono a poco a poco consistenza, forma e figura di persone, che si toccavano, si parlavano, si riconoscevano fra loro con grida di gioia incredula. Una di questi era Virdena, che dopo un attimo di disorientamento vide gli amici e si gettò nelle loro braccia.
–Dov’eri?– le chiese Gunnar, tra le lacrime.
–Non lo so… c’era luce, pace, silenzio… era come il nulla, ma non era il nulla. E c’erano… cose… non so come dire. Ma era bello. Quasi mi dispiaceva di andarmene… quasi.
–Bene, adesso è finita. È tutto finito. Porteremo questa gente via di qui.
–Non è affatto finita– tuonò la voce imperiosa dello spirito, facendoli trasalire. –Prima di andarvene, dovrete affrontare me.
Si sentirono afferrare improvvisamente da una forza irresistibile. Furono sollevati da terra, tra le grida dei prigionieri, senza potersi liberare, e portati davanti al trono, all’altezza degli occhi della dama. Allineati davanti a lei, fissi ciascuno nel suo alveo, roteavano lentamente come le sfere celesti, mentre lei li fissava quasi con partecipazione. Sentirono che li stava scrutando dentro, e non potevano resistere.
–Due di voi amano– recitava lentamente il fantasma, come in un canto, –due vorrebbero amare, due non sanno ancora cosa sia l’amore. Cosa avete di diverso da tutti coloro che sono giunti prima? Due di voi non temerebbero di soffrire pur di amare. Due amano e ne soffrono, e tuttavia non si tirano indietro.
Virdena abbassò tristemente gli occhi. La fanciulla si rivolse a lei. –Tu sai che è in tuo potere far soffrire e cessare di soffrire. Puoi rifiutare l’incerto e scegliere il certo. Eppure vai per la tua strada.
–Non posso far torto al mio cuore– rispose la ragazza con voce chiara, alzando lo sguardo. –Non voglio che soffra nessuno. Non farò soffrire nessuno. Ma causerei una sofferenza maggiore… se tradissi me stessa. Offrirò solo ciò che in coscienza posso dare.– Parlava con dolore.
Tacque un attimo. –Non mi importa dell’incertezza. Se non avessi quello che voglio, non per questo il mio dono perderebbe valore. Desidero che sia ricambiato, ma non lo pretenderò mai.
Anton assunse una strana espressione. La giovane si volse a lui. –E tu che dici? Non preferiresti abbandonare chi rifiuta il tuo dono? A che pro restare attaccato a qualcuno che non ti merita?
–Non so di che parli– borbottò il ladro, distogliendo lo sguardo. –Noi siamo amici e ci aiutiamo. Se aiutassi la gente perché mi aspetto qualcosa in cambio… non aiuterei nessuno.
La donna annuì, seguendo i suoi pensieri. –E tu– disse ad Angela –hai dei presagi oscuri sull’anima, e temi. Ma ancora desideri un fuoco che ti bruci.
Angela abbassò gli occhi. –Perché, senza, io non sono nulla– disse, semplicemente.
Lo sguardo indagatore e comprensivo si portò sugli altri. –Tu hai pianto per qualcosa che non era nemmeno un essere vivente– disse a Gunnar. –E tu eri pronto a morire per salvare i tuoi compagni– disse a Rico. –E tu vinci ogni giorno paura e dolore per aiutarli– disse infine a Killit. E all’improvviso sorrise, e gettò la testa all’indietro, come se si fosse liberata da un gran peso. –Non tutti, dunque… non tutti al mondo sono malvagi e traditori. Ora potrò riposare in pace.
Li guardò ancora, con occhi nuovi. –Ascoltate. Vi racconterò la mia storia.
Io non sono mai stata una creatura della terra. Sono uno spirito, e vivevo di luce e di magia in un mondo ultraterreno. Ma m’innamorai di un giovane meraviglioso, dal dolce canto, dal bel viso, e per amor suo nacqui in questo mondo, crebbi in un corpo come il vostro. Non vedevo che per i suoi occhi. Gli offersi me stessa, ed egli mi accettò. Preparammo le nozze. Ero felice come più non si può essere. Per lui avrei rinunciato al mio potere, sarei divenuta mortale, avrei conosciuto il passaggio e diviso il suo destino.
Ma egli era crudele, meschino e calcolatore. Non voleva me, ma il potere, per crearsi un regno, diventare un re. Quanto a me, mi disprezzava soltanto.
Il mio amore creò per lui questo strumento, capace di innalzare città, di costruire orgogliosi castelli. Gliel’avrei donato il giorno della nostra unione, e sarebbe stato solo il primo, il minore dei doni che gli avrei fatto. Ma lui, avido e contorto, in quel giorno cercò di rubarlo e fuggire, come avete visto. Rubò quello che gli avrei donato, calpestò il mio cuore, compì un atto ignobile, di cui pochi peggiori esistono.
Allora scatenai su di lui la mia collera, e tutta la dolcezza mi si mutò in veleno. Ma non seppi fargli del male, e lo lasciai andare. Tornò a Fiorelen, e divenne in seguito potente in quella città, e ne fu il primo duca.
I Sei stupirono. La fata proseguì mestamente: –Da allora lui e i suoi discendenti non hanno fatto che cercare di compiere il loro furto. Non osando, da vili, venire qui, hanno mandato uomini su uomini, e tutti qui sono morti o rimasti intrappolati nel mondo dello spirito. E io ero sola col mio dolore, dopo la morte del mio corpo terreno, sempre più chiudendomi nel veleno del fiele e odiando tutti i mortali per ciò che mi era stato fatto. E giurai che avrei loro sottratto per sempre quello che volevano.
Mi sono chiusa in un tempo perpetuo, una notte che per quelli di fuori sempre si ripete, per me e per chi è dentro non finisce mai. Ho incatenato le anime dei miei fedeli e dei miei nemici per servirmi. Ero prigioniera. Ma lo ero di me stessa, tormentavo il mio cuore nella vendetta e nel rancore verso qualcuno che non lo meritava, perché non sapeva cosa fosse l’amore. Si può dire… che voi mi avete liberata dalla mia stessa maledizione.
E per questo– terminò sorridendo tra le lacrime –io vi ricompenserò.
Una luce d’oro brillò davanti a ciascuno dei Sei. Rotoli d’incantesimi si materializzarono nell’aria di fronte ad Angela e Virdena. –Perché possiate usarli per proteggere gli altri.– Le ragazze li presero reverentemente.
Rico si trovò avvolto da una lucente armatura. –Perché sia al sicuro il tuo nobile cuore.– S’inchinò come poteva a ringraziare la dama.
Killit ebbe una nuova piccola spada lucente, che impugnò con gioia. –Per fare il paio con l’altra, e sostituire quelle che hai perduto.
Anton si ritrovò in mano una boccetta colma di un liquido strano, oscuro. La fata lo guardava con simpatia e compassione. –Non sei obbligato a berlo– disse, –perché nel farlo c’è un rischio. Ma se lo berrai, il tuo cuore potrà trovare la pace. Tua è la scelta. Ti auguro buona fortuna, amico mio.
Infine si rivolse a Gunnar. Il suo sorriso era radioso. –A te infine– esclamò –a te infine darò quello che maggiormente desideri.
Il vecchio mago guardò il cavaliere, che non sapeva come giustificarsi, con sguardo di condanna. Non gli diede il tempo di parlare. Duramente, pronunciò la sua sentenza.
–Hai disprezzato il dono che gli dei ti avevano fatto. Ti sei preso gioco del loro decreto, hai compiuto azioni orribili, hai calpestato tutto ciò che è buono. Ebbene, così sia. Raccoglierai quello che hai seminato.
Sarai marchiato da un segno d’infamia, e la missione che ti era affidata ti sarà tolta e data a un altro del tuo nome. A causa tua il novero sarà infranto, e l’unità solo dopo molto dolore potrà essere ricostituita. E finché sarà in tua mano, questa spada non avrà più mente né potere. A un altro passerà, e lui servirà nella lotta che avrebbe dovuto essere tua. E non potrà riavere pienamente se stessa se non sarà prima spezzata e ricomposta.
Scomparve così come era apparso, lasciando il cavaliere al suo destino. Ed egli vide, con sorpresa e angoscia, la rosa rossa impressa sulla sua armatura scurirsi fino a diventare nera. Nessun mezzo servì a ridarle il primitivo colore. Da allora, portò quel segno su di sé per sempre.
Ma perché penso a queste cose?… Perché me ne ricordo proprio adesso?…
E dove sono?…
–HILDA!
–GUNNAR!– gridò la spada, miracolosamente ricomposta, mentre il suo amico la afferrava nuovamente per l’elsa. Se avessero potuto, si sarebbero abbracciati.
–Mi ricordo tutto, Gunnar!– cantava quasi, ebbra di gioia. –Mi ricordo quello che mi è successo prima di incontrarti! So chi mi ha fatto, e cosa posso fare! Ora posso esserti utile! Ora posso!
–Ti ho solo ridato il tuo, eppure è una ricompensa– sorrise la fata, –perché la tua spada ha riacquistato tutti i suoi poteri. Al tuo fianco, d’ora in poi, ti renderà davvero invincibile.
Rispose con un grazioso cenno del capo allo sguardo del vichingo. Poi si fece seria. –Adesso ho una preghiera da rivolgervi.
I loro occhi le dissero che doveva solo chiedere, ed ella proseguì.
–Voglio affidare a voi i tesori di questo castello. La mia anima non potrà essere in pace nel mondo immateriale, se non li saprò ben custoditi. Ma dovete promettermi che non li lascerete nelle mani dei discendenti del traditore. Potete avere per voi l’oro e i gioielli. Ma l’arpa, l’arpa che ho creato con tutto il mio cuore, dovrà essere data solo a qualcuno che ne avrà cura come io l’avrei, e che riceva l’amore che io avrei dovuto ricevere. E colui che la suonerà in modo perfetto, non è ancora nato.
Un cofanetto le comparve fra le mani. –Vi dono anche questo. Non apritelo mai, se non quando la vostra via sembrerà impossibile, il cammino sbarrato, e la scelta disperata.– E l’oggetto si staccò da lei, volando dolcemente fino alle mani di Killit.
–Ora… vorrei tanto, prima di partire, cantare la mia ultima canzone sullo strumento opera delle mie mani, con voce mortale, con mani mortali. Così sarò consolata dal mio dolore. Fanciulla che canti– disse dolcemente, rivolta a Virdena, –vuoi prestarmi le tue mani, e la tua voce?
Virdena era commossa. Tese semplicemente le braccia, con gli occhi lucidi, offrendosi. –Come voi volete, signora.
Allora lo strumento meraviglioso fluttuò nelle sue mani, e lei vi distese dolcemente le dita. A ogni nota i contorni della grande sala ondeggiavano, facendosi sempre più vaghi, più immateriali, mentre lo spirito le alitava intorno, le fluiva nel cuore. Intorno ricompariva a poco a poco il mondo di sempre. E quando la canzone fu finita, il castello non c’era più. Stavano radunati sulla cima del colle, attorniati da tutti i prigionieri liberati dalla fata. Sorgeva il sole. Erano freschi e riposati come dopo una notte di sonno, si sentivano più forti, più potenti di prima. Ai piedi dell’altura, il duca e il suo seguito li fissavano, con timore e meraviglia.
03.apr2011 @ 12:26
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Lui era un bambino di otto anni, dagli occhi grigi cinici e distaccati che avevano visto troppo, e non avrebbe mai confessato a nessuno la sua solitudine e la sua paura. Lei era nata prima della sua bisnonna, eppure era solo una ragazzina irruenta dai capelli d’oro, e così era rimasta. Per lei il tempo non era passato.
Solo una ragazzina alla sua prima battaglia, che non sapeva neanche tenere in mano la spada… ma a lui, a quell’età, appariva come una vera meraviglia, i capelli che mandavano barbagli dorati, gli occhi infiammati di collera e determinazione, mentre combatteva con tutte le sue forze contro il nemico. Era per se stessa che lo faceva, non per altro. Lo si vedeva bene. Sarebbe potuta essere una Valchiria, o una fata come quelle di cui erano state piene le favole della sua infanzia…
E l’aveva trovata inspiegabilmente simpatica. Ma subito, accorgendosene, se ne era vergognato. Era deciso a non mostrarlo. Quando si vive sulla strada, lasciar entrare gli altri nel tuo cuore significa dar loro il potere di distruggerti. E, come tutti i bambini, si era difeso trasformando l’impulso nel suo opposto. Coprendola di scherzi e di dispetti. Ai quali lei, nonostante fosse più grande, spesso reagiva perdendo la pazienza e inseguendolo per tutta la stanza. In fondo, era ancora molto infantile.
Una sera, vedendola suonare malinconica sulla terrazza del castello, le si era avvicinato piano, alle spalle, con l’intenzione di farle «BÙ!», ma poi era rimasto conquistato dalla dolcezza della sua musica e dalla tristezza della sua voce ed era rimasto fermo ad ascoltare, senza che lei se ne accorgesse. Così aveva visto brillare una lacrima nei suoi occhi rivolti alla luna, e l’aveva sentita pronunciare un nome con nostalgia infinita.
E così aveva saputo, prima degli altri, che c’era qualcuno nel suo cuore. E, contrariamente a quanto si sarebbe aspettato da se stesso, aveva tenuto il segreto. Gli dispiaceva per lei. Era troppo piccolo per provare qualcos’altro.
Ma ora non più. Era diventato un uomo, e i suoi begli occhi grigi avevano visto e imparato molto altro ancora. E quando l’aveva rivista, gli erano tornate alla mente più cose di quante avrebbe voluto. Ma lei non era cambiata. Il suo cuore era immutato, e tale sarebbe rimasto. Né lui si sarebbe aspettato altro, in fondo.
Speriamo solo che questa sua caparbietà –si era detto con un sorriso– non la renda infelice. Non sopporto le ragazze che piangono.
–Eravamo appena guariti– sospirò Gunnar, mezzo arrabbiato e mezzo per scherzo, preparandosi a ricevere l’attacco. Ma non dovette nemmeno sollevare la spada. Un grido di Virdena e tutte le creature piombarono a terra carbonizzate come tanti pezzi di pelle bruciata. –Scusate se vi ho levato il divertimento, ma sono piuttosto arrabbiata.
Le guardie alle loro spalle erano stupite: le loro risate si erano trasformate in mormorii ammirati. Qualcuno applaudiva perfino. I Sei li guardarono in tralice, infastiditi. Bastava proprio poco per far cambiare idea a certe pecore mal lavate. Scrollando le spalle, ripresero a salire.
–Yaisha Mironian– mugugnò Virdena. –Andate all’inferno.– E già mentre lo diceva si morse le labbra, pensando a cosa avrebbe detto Karo della sua irruenza. Aveva sempre sorriso delle sue sfuriate infantili… ma erano un vizio, un brutto difetto di cui non riusciva a correggersi. Le piaceva essere così… e le dava fastidio che le piacesse. Non le passava nemmeno per la testa che qualcuno potesse amarla proprio per com’era… per quella veemenza, quella passionalità.
Il portone del castello era ad arco, di grigio e pesante acciaio. Intorno, un bassorilievo che prendeva tutta la facciata, in cui erano raffigurate con grazia e maestria fanciulle avvolte in veli che facevano la danza della spada.
–Puoi aprirlo, Anton?– chiese Gunnar.
Il ladro emise un’esclamazione di scherno e fece scrocchiare le nocche. Poi vide lo sguardo di desiderio di Killit e sorrise. –D’accordo, pulce. Fallo tu. Voglio proprio vedere come se la cava la mia allieva.
Tutta seria, la ragazzina cavò il grimaldello e si mise all’opera. Parve improvvisamente diversa, concentrazione e gravità le occuparono il volto. Killit si trasfigurava quando era al lavoro. Anton aveva un bel chiamarla allieva: in realtà era diventata abile quasi quanto lui. Tempo pochi minuti e il lucchetto si aprì con un secco scatto metallico. Fiera, si voltò a mostrarlo agli altri, e il “maestro” applaudì cortesemente.
Un urlo belluino li fece sobbalzare. Dovevano aspettarsi che il portone fosse protetto in qualche modo. Quattro fanciulle di pietra presero improvvisamente i colori della vita, uscirono d’un balzo dal fregio e si scagliarono loro addosso con mosse di danzatrici, roteando le spade.
Gunnar abbatté immediatamente la prima, che ritornò di sasso sotto i suoi occhi, ferma nel movimento in cui l’aveva colta. Killit lanciò un grido. Aveva colpito la seconda… ma le sue spade Aeliph si erano infrante contro il corpo sinuoso. Anton le venne in soccorso mentre estraeva le altre armi, ma fece poco più di un graffio alla danzatrice. Mentre Virdena proteggeva Angela, Gunnar corse a sua volta ad aiutarli. Un solo colpo. La statua tornò statua… e Hilda lanciò un grido, e volò in tre pezzi verso il cielo, con una scarica di energia che scosse tutto il corpo del vichingo.
Gunnar cadde in ginocchio mentre i pezzi piombavano a terra. La sua spada… la sua amica, che gli aveva salvato la vita mille volte in vent’anni! Morta! Morta!
Con un’esclamazione d’angoscia, gli altri gli furono attorno, dopo essersi liberati delle due statue rimanenti. Virdena gli mise una mano sulla spalla. Killit aveva le lacrime agli occhi, non le importava nemmeno più delle sue armi. Era morto un membro del gruppo.
Gli armigeri del duca mormorarono, vedendo la strana scena. I Sei desiderarono ardentemente che scomparissero tutti.
–Dobbiamo andare avanti– mormorò Rico. –Per Winke, Gunnar…
Lui annuì e si alzò lentamente. La porta era aperta. Si avventurò dentro senza aspettarli. Aveva raccolto i frammenti di Hilda, e li reggeva sulle braccia come si porterebbe un bambino.
Voleva essermi più utile. E ora non potrà esserlo mai più. Non so se potrò ancora combattere senza di lei.
Angela curò Rico e Virdena, che avevano ricevuto qualche graffio. Poi lo seguirono silenziosamente. Erano molto preoccupati per lui.
I corridoi del castello erano bui, nebbiosi, spettrali. Figure di statue e armature emergevano dalla foschia, facendo trasalire i viaggiatori: non ci si vedeva oltre poche spanne. Un lamento sottile empiva lo spazio. Angela si rivolse a Virdena. –Se questo spirito ha il potere di incantare… potremo difenderci da lui?
–Abbiamo i medaglioni magici.
–Contro il mostro di Feleus non hanno funzionato– le ricordò la monaca. –Forse non servono se il nemico è molto più forte di noi.
Sobbalzarono. Le note lamentose si erano trasformate in una voce chiara e musicale, che scaturiva dai muri. –Andate via. Non c’è posto qui per l’avidità e la crudeltà degli uomini. Nessuno arriverà mai in cima alla torre. Andate via.
–Parrebbe che dobbiamo salire– fece Anton. –Qualunque ne sia il motivo. Almeno adesso sappiamo dove cercare.
–Sempre che superiamo QUELLO!– gridò Virdena.
Di fronte a loro, una delle armature stava cominciando a muoversi. Lentamente si parava sul loro cammino, levando minacciosamente la spada. Fumo verde usciva dalla visiera. Nello stesso istante, udirono un sibilo… e da dietro una spada uscì dalla nebbia senza che nessuno l’impugnasse, puntando dritta al cuore di Gunnar.
Il vichingo era ancora scosso. Levò istintivamente lo scudo, ma fu colpito alla spalla. Il dolore gli schiarì la mente. Digrignò i denti e cercò di afferrare il ferro fluttuante a mani nude. Gli altri intanto tentavano di colpire l’armatura semovente. Ma le loro armi rimbalzarono sul ferro, mandandoli per terra. Solo Svanthrudhr andò a segno… facendo saltar via la visiera dell’avversario. Ma quello rispose subito. La sua spada si immerse profondamente nel corpo della giovane Aeliph, mancando di poco il cuore. Poi fu estratta d’un colpo. Lei vacillò all’indietro.
Angela si rialzò di scatto. Afferrò l’amica per le spalle e ridusse le sue ferite. –Non possiamo combattere con lui!– gridò agli altri. –Le nostre armi non sono abbastanza potenti! Aiutate Gunnar! Io cercherò di aiutare lei!
–No, dannazione!– esclamò Anton. –JIA MAYES ECHTERAH! Forse le frecce splendenti…
Nessun effetto. Il mostro continuò ad avanzare. Virdena lo colpì di nuovo, coraggiosamente. E ricevette un’altra botta che la gettò a terra priva di sensi.
Gunnar era riuscito ad afferrare la spada volante, ferendosi le mani con il taglio. Uno sforzo delle braccia possenti e la spezzò in due d’un colpo. Ma l’elsa continuò a muoversi, gli orli taglienti mirarono a lui. Non c’era modo di ucciderla?
Angela non sapeva che fare. L’essere stava attaccando ancora. Il bastone era inutile, e Svanthrudhr poteva essere impugnata solo dalla sua padrona…
Anton si gettò verso la corazza, gridando un incantesimo, attaccandolesi, e una scarica azzurrognola crepitò dalla sua mano nel ferro. La creatura parve stordita, come se la forza della folgore disturbasse ciò che la animava. Mosse l’enorme braccio cercando di colpirlo, ma il suo movimento era lento, e lo mancò. Il giovane rimase tenacemente attaccato. –Non ti permetterò di farle del male!– soffiò, preparandosi a ripetere la magia.
Killit si rese conto all’improvviso che la gemma sull’elsa della spada volante risplendeva. Doveva essere quella a farla muovere! Estrasse la fionda, prese la mira. Colpì. La pietra andò in frantumi e la lama spezzata cadde tintinnando a terra.
Virdena si riprese. Il secondo fulmine di Anton confondeva il mostro. Si gettò e affondò nuovamente la spada nella corazza. Ma il ladro fu colpito ugualmente e gettato a terra, sanguinante ma con un sorriso di scherno. Aveva avuto quel che voleva.
La magia non servirà. Devo distruggerlo nell’altro modo. Coraggio!
Un ultimo colpo. E con un rumore metallico i pezzi dell’armatura si disgiunsero, crollando miseramente gli uni sugli altri in un mucchio di ferraglia. Virdena guardò Anton. –Grazie.
–Non c’è di che– rispose il giovane, alzandosi dolorante. Si spolverò i vestiti e si lasciò fasciare la ferita da Rico.
–Non posso più curarvi– avvertì Angela. –Proseguiamo lo stesso?
–Dovremmo anche sapere da che parte andare– fece Gunnar. Si avvicinò ai resti dell’armatura e sfilò la spada dal pugno di ferro. –Userò questa. Devo pur difendermi.– La sua voce era scura.
–Io dico di andare avanti– intervenne il ladro. –Non siamo ancora così malconci, e la notte è appena incominciata.
Angela si chiuse in meditazione per un attimo. –Dobbiamo aver coraggio… e non temere le armi dei morti. Questo è quel che sento.
–D’accordo. Allora andiamo.
Si incamminarono nuovamente. Angela disse piano a Rico: –Vorrei che mi insegnassi ad adoperare le erbe. Così potrò essere più utile anch’io.
Rico annuì. –Se solo– mormorò, –se solo potessimo riparare Hilda come alleviamo le sofferenze degli altri.
Molti anni fa, un venerabile mago chiamò a sé un giovane cavaliere e gli consegnò una magnifica spada.
–Amico– disse, –ho avuto una visione in cui si diceva che tu salverai il regno da una grande sciagura, impugnando questa lama. Prendila. Sei stato prescelto dall’alto. Essa ti proteggerà, in questo mondo e in tutti gli altri mondi in cui dovrai viaggiare per affrontare gli esseri del male.
Le pareti erano lunghe e prive di porte. Sembrava che non ci fossero camere. E dovevano procedere lentissimamente. Tutta quella nebbia confondeva le idee: avevano l’impressione di essere già passati nello stesso punto tre o quattro volte. Erano stanchi. Infine, videro una nicchia nella parete davanti a loro. Le scale? Non si poteva dire… davanti c’erano cinque creature semibestiali, armate di scuri, dall’aria truce. –Via– ordinò con voce roca quello che stava davanti. –Signora non vuole nessuno. Uomini tutti cattivi. Andare via.
Anton puntò la sciabola con pochissima voglia di ragionare. –Oh no, voi lasciare passare… perché se noi arrabbiare, le corna vi spaccare!
–Shh– fece Angela. –Vi prego. Non vogliamo farvi male. Non vogliamo prendere nulla che appartenga alla vostra signora. Vogliamo solo il ragazzo che è entrato qui. Lasciatecelo portar via.
Le bestie si guardarono tra loro. E caricarono a testa bassa, con un muggito.
–Signora dei ghiacci eterni!– chiamò Virdena. –COLPISCI I TUOI NEMICI!
Vento furioso e ghiaccio precipitarono sulle creature, colpendole, azzoppandole. Urlarono, indietreggiarono rabbiosamente, con una luce d’incertezza e paura negli occhi.
–Ve lo ripetiamo– ordinò Virdena, dura. –Scostatevi.
E si scostarono davvero, impauriti, deferenti. I Sei si avviarono a testa alta verso le scale.
–Sei stata grande– disse Anton all’orecchio della ragazza Aeliph.
–Spero solo di non aver usato il potere con leggerezza– brontolò lei. –Non è passato abbastanza tempo per poter evocare di nuovo la pienezza della forza invernale. Prima troveremo le altre Armi… meglio sarà.
Avevano di fronte un vasto scalone, completamente bloccato da reti argentee tessute da chissà quale ragno gigantesco. Ai piedi di esso giacevano una piccola spada e una faretra piena di frecce. Appartenute a qualcuno che non era tornato indietro… o lasciate lì come premio per aver superato l’ostacolo? Killit comunque impugnò l’una, Gunnar imbracciò l’altra.
E cominciarono a lavorare di lame e di fuoco per farsi strada, rimanendo spesso invischiati, salendo millimetro a millimetro… mentre l’incessante lamento sommesso sempre più si rafforzava.
–Sentite!– esclamò Killit. –Si riesce a capire cosa dice!
La Notte Senza Fine non sarà mai interrotta
per sempre continuerò a ripetere il mio lamento.
L’Abisso e l’Aldilà attendono chiunque
vorrà tradirmi ancora come colui che mi ha ucciso.
Ammutolisci, cantore, getta la spada, guerriero:
né la forza né il canto placheranno il mio cuore.
Misera sventurata, io non avrò mai pace,
perché in questa vita o nell’altra non potrò cessare di amare.
–Dovrebbe spaventarci, credo– mormorò la ragazzina. –Invece mi fa pietà.
–Pensate– disse Rico, sullo stesso tono –che se riuscissimo a sconfiggere la maledizione… potremmo fare qualcosa per lei?
–Speriamo– rispose Virdena. –Io… la capisco. La capisco molto bene.
Il cavaliere prese la spada con un sorriso di superiorità. Non credeva ai vaneggiamenti di quel vecchio, ma una buona arma non fa mai male. Un mezzo come un altro per essere il migliore, specie se si fosse sparsa la voce che gli era stata affidata “dall’alto”. Aveva scoperto con fastidio il fatto che era dotata di mente propria. E a lei non piaceva quel padrone così arrogante.
Sono tre gli ordini principali di guerrieri al servizio della corona, come tre sono i simboli che si intrecciano sullo stemma del regno: i monastici Cavalieri dell’Edera, gli immacolati Cavalieri del Giglio, i laici Cavalieri della Rosa. Il giovane apparteneva a questi ultimi, e aveva l’ambizione e la determinazione a diventare importante nell’ordine. Questa ambizione e il suo orgoglio lo rovinarono lentamente. Credeva che tutto gli fosse dovuto, di avere il diritto di fare quel che desiderava, di possedere cose e persone, di raggiungere ad ogni prezzo i suoi scopi. E riusciva a raggiungerli, infatti. Col suo indubbio valore saliva rapidamente nella gerarchia. Ma il suo cuore sempre più si offuscava, e i contrasti tra lui e la sua arma sempre più aumentavano.
Il secondo piano non era molto differente dal primo. Freddo e nebbia, e pareti in cui sembrava non si aprissero porte. –Non è normale– disse Anton, sottovoce. –Forse sono celate da qualche incantesimo. Potremmo cercare di scoprirle. Se il prigioniero che stiamo cercando fosse dietro una di esse…
–È possibile– ammise Gunnar. Non aveva molta voglia di parlare, ma si costringeva a farlo. –Però perderemmo molto tempo a cercarle una per una… e chissà a quanti attacchi ci esporremmo. Limitiamoci a salire. La signora del castello ci aspetta in cima alla torre… no? Anche se trovassimo i suoi prigionieri, non credo che usciremmo facilmente di qui senza il suo benestare.
–E a proposito di attacchi… guardate!– li richiamò Rico, indicando una quindicina di scheletri che avanzavano lentamente verso di loro, stringendo in pugno armi arrugginite. Altri due più grandi, dietro, si preparavano a bersagliarli con fuoco infernale.
Virdena gridò il nome di Ayraya, innalzando una barriera gelata che si dissolse assorbendo le fiamme, proteggendoli da ogni danno. Nella nube che li avvolgeva, gli altri presero a colpire.
Angela prese qualche graffio; Anton ricevette una botta proprio non necessaria… ma li abbatterono in fretta. Gunnar soffriva per quel peso estraneo nella sua mano, ma non si lamentava.
Si divisero equamente i due grossi, tre sul primo e tre sul secondo. Le ragazze si sbarazzarono subito del loro… i ragazzi trovarono un po’ più di difficoltà. Anton fu colpito ancora e barcollò. Virdena si voltò di scatto vibrando il colpo finale. Avevano vinto… ma il principe dei ladri era malridotto.
–Ce la faccio– diceva, cercando di sorridere. –Andiamo avanti.
–Non se ne parla– esclamò adirata la ragazza Aeliph. –Non ti voglio sulla coscienza. È per me che ti sei fatto ferire. Angela… puoi fare qualcosa?
–Non molto, temo. Potremmo stare qui finché non recupero le forze… ma…
–Proviamoci.
–Non voglio…– protestò Anton.
–Silenzio!– ordinò lei, perentoria. –Cercate di dormire. Io farò la guardia per prima. Se succede qualcosa vi sveglio.
Si affrettarono a obbedire, sorridendo per come aveva preso il comando. Certo quel posto non era l’ideale per passare una buona nottata. Angela si mise più vicino possibile al ferito.
Un modo per proteggerlo l’avrei… ma… è così terribile! Non lo farò, se non sarò costretta.
Per fortuna non fu necessario. La notte (se notte era) trascorse tranquilla, eccezion fatta per i sogni… e per due mani verdi staccate dal corpo che correvano sul pavimento come grossi ragni, e che Virdena eliminò senza bisogno di svegliare gli altri. Una boccetta rotolò per terra. La raccolse. La esaminò con le sue arti e sorrise. –Bene. Ci sarà utile.
Bastavano i sogni a tormentarli. Non seguivano nessun filo preciso… ma erano pieni di sangue e di morte, e delle grida di dolore della dama tradita e abbandonata. E furono proprio delle urla a svegliarli di soprassalto, alla fine. Balzarono a sedere e non riconobbero il posto dove si trovavano. La nebbia era scomparsa, il corridoio era inondato di luce, benché non si vedesse da dove entrava. Davanti a loro, alla fine del rettilineo, si trovavano le scale. Un giovane vestito di colori vivaci stava precipitandosi giù, correndogli incontro. Cadde in ginocchio e alzando gli occhi angosciati e terrorizzati li vide. Vide la croce al collo di Angela e si aggrappò a lei disperatamente. –Salvatemi! Salvatemi! Mi stanno inseguendo! Mi prenderanno!
–Chi?– chiese la monaca. –Chi è che ti insegue? Sei forse il fratello del duca?…
Ma il fuggiasco le scomparve dalle braccia. E subito dopo, costernati, sentirono le urla ricominciare e lo stesso ragazzo tornò a correre giù dalle scale… ancora e ancora e ancora, sempre con la stessa espressione di infinita pena.
–Farete tutti la stessa fine!– gridò alta e penetrante la voce dello spirito. –Nessuno è buono, non c’è nemmeno un’anima buona a questo mondo! Io odio tutti! Via! Andate via, o morirete!
Rico non resisteva più a quel macabro spettacolo. Con gli occhi offuscati dalle lacrime, lanciò l’ascia contro l’immagine. Questa scomparve come un riflesso nell’acqua se la si intorbida. L’aspetto del luogo tornò gelido, nebbioso, spettrale.
–Io non credo a quello che dici!– gridò il giovane Dwalim, con voce rotta. –Non ci credo! Perché vuoi che andiamo via, se ci odi tanto? Tu non vuoi ucciderci! Mi senti? Rispondi!
–Non credo che ti senta– mormorò Gunnar, comprensivo, toccandogli la spalla. –È meglio che ci curiamo e andiamo avanti. Almeno… ora sappiamo che le scale sono davanti a noi.
Il ragazzo annuì, a testa bassa. Angela si dedicò a rimettere in piedi Anton. –Non usare tutto il potere– le raccomandò il ladro. –Mi basta poter combattere. Conservalo per dopo.
Procedettero con prudenza. Le scale c’erano davvero. Ma erano bloccate come al piano inferiore… e due guerrieri in armatura, con teschi scarnificati al posto del volto, bloccavano il cammino, le pupille fiammeggianti di maligna luce.
–Come ieri. Noi su quello e voi sull’altro– ordinò Gunnar a bassa voce. E avanzarono con decisione.
31.mar2011 @ 07:29
Non ci sono commenti 22–ING (LA FERTILITÀ)
Albero: Melo
Animale: Cinghiale
Colore: Giallo
Erba: Brunella, Rosmarino
Gemma: Ambra
Periodo: 14–29 Maggio
Ora: 9.30–10.30
«Ing fu tra i Danesi dell’Est il primo a essere visto dagli uomini, finché in seguito non se ne andò sulle onde; il suo carro andò dopo di lui; i Capi chiamarono così l’eroe».
POEMA RUNICO ANGLOSASSONE
Ing–Frey, figlio di Frey, dio dei cavalli e della fertilità, è l’eroe coraggioso che cerca nuove cose, che crea nuove possibilità. È il fuoco dentro di noi che ripulisce dal vecchio e dagli sterpi del passato, lasciando ceneri feconde che preparano il terreno per la semina e la crescita di nuove piante. Il fuoco può giacere dormiente per molti anni, ma una volta che si risveglia nulla può più estinguerlo. Niente potrà fermarti, se avrai il coraggio di tenerlo acceso. Non esitare e non riposare sugli allori. È giunto il momento di mettere ordine nella tua vita, di decidere cosa conta veramente e di cosa bisogna disfarsi, di partire e lasciarti alle spalle il male che hai sofferto e da cui comunque hai imparato. Quello che puoi portare con te è ciò che chi è venuto prima di te ti ha trasmesso, la forza e l’esperienza che hai ereditato. I tuoi nemici potranno tramare alle tue spalle, ma se hai presenza di spirito non avranno il potere di nuocerti. Un lungo viaggio ti chiama, e non solo un viaggio nel mondo esterno: potrai essere chiamato a varcare la porta del regno interiore e ultraterreno, e ad addentrarti in profondità entro te stesso. Cerca le tue risposte senza timore di affrontare la verità. Alimenta il fuoco, scopri chi sei realmente, e continua ad avanzare sempre più oltre. Godi la ricerca ma tieni sempre gli occhi fissi sulla tua meta. Hai la forza e l’energia spirituale per arrivare dove ti sei prefisso, ma ti servirà coraggio, intuito e saggezza per individuare i tuoi nemici e liberarti di loro, e a volte i nemici si nascondono anche dentro di te.
27.mar2011 @ 08:37
Non ci sono commenti Capitolo XXVI
Amir è l’irruenza, Orel è la saggezza. Entrambe sono necessarie, e possederle insieme è il sommo bene. Un grado inferiore di bene –e un primo grado di male– è quello di chi crede che una delle due sia la chiave della vita, e combatte l’altra ritenendola malvagia. Ma tutte e due sono buone. Esistono invece un’irruenza morta e una saggezza morta: ed è quando sono separate che cominciano a morire. Dividerle è il primo grado. Il secondo è usarle quando sono isterilite e chiuse nel loro egoismo, e pretendono di imporre il proprio dominio all’anima. Il sommo male è usare queste forme di conoscenza morta insieme, sebbene ripugnino l’una all’altra. Allo stesso modo Oder e Iorath si odiano l’un l’altra con tutte le loro forze, sebbene dicano di amarsi: è il loro odio che li unisce, e il desiderio di possedere e consumare coloro a cui immagine sono stati generati, coloro che mai potranno sperare di eguagliare. L’unione di passione e saggezza è Xinthis: quella di violenza e freddo raziocinio è Anthar.
Né impeto, né saggezza possono mai condurre al male. Anche se separandoli ci si può fuorviare, ognuno dei due, a causa del loro amore, porterà fatalmente, immancabilmente, all’altro, e alla completezza. Dicono i saggi: «Se a volte Amir può sembrarci violento, e Orel fredda, è solo perché il loro amore è più grande del nostro».
Molte strade esistono, ma tutte conducono nello stesso luogo. Anche le trame di Oder e Iorath, sebbene non ci sia alcun bene nelle loro intenzioni, finiscono tutte per sboccare nell’amore. Perché non c’è nulla al mondo che non sia Xinthis, ed essi stessi sono soltanto un amore impoverito e sviato. Come dice il Poema delle Origini:
Avete costruito con tanto sforzo un sentiero
senza accorgervi che portava alla nostra dimora.
Esiste anche un grado zero. È quello proprio di chi non usa né l’istinto né la saggezza. Alcuni di questi sono consapevoli della loro follia. Altri credono di possedere la sola vera sapienza, e ridono della follia di chi compie una scelta. Ma il tempo di questi sospesi nel nulla sta per finire. Nella tempesta che sconvolgerà il mondo, nessuno potrà restare a guardare.
Il sole tramontava davanti ai viaggiatori, profilando le torri e le guglie di Fiorelen, dorando le acque del fiume Aran. Tutta la carovana mandò un grido di esultanza e sollievo. I Sei più degli altri.
Il resto della traversata era andato bene, e ora giungevano alla tappa quasi del tutto guariti. E si sarebbe potuto tralasciare quel “quasi”, se un altro gruppo di arpie non avesse attaccato la carovana quella mattina. Ne avevano fatto fuori la metà e messo in fuga il resto, ma non senza prendersi qualche brutto graffio. In compenso, quelle avevano lasciato cadere un sacco di soldi e gioielli, sottratti a chissà quale malcapitato, con cui si erano adornate. Gli altri viaggiatori li avevano acclamati come eroi, e avevano insistito perché tenessero loro quella roba. Anton aveva ceduto a Killit un bell’anellino che gli era toccato, con la dubbia scusa che ne aveva già troppi e con un altro non sarebbe più riuscito a impugnare la sciabola. Mentre cercava di fare l’indifferente e fingeva di non notare gli sguardi degli altri, si era detto: «Bene. Con questo mi sono sdebitato per la statuetta. Dalla prossima volta si torna all’antico!»
Se Feleus è la città dei maghi, Fiorelen, da un certo punto di vista, non è meno magica: è la capitale dei poeti e degli artisti, con strade fiorite dove si respira musica e cultura. Il duca che governa il territorio di Bosco, di cui è capoluogo, ama ogni tipo di bellezza e creatività, e offre ospitalità e protezione a mene-strelli, pittori, poeti, scultori, di ogni città del regno e anche di fuori. Camminare per le vie di Fiorelen dà l’impressione di essere entrati in una di quelle storie favolose cantate dai giullari, in cui il mondo è bello, non esiste il dolore e tutti sono buoni. Purtroppo invece nemmeno là mancano poveri, miserabili, malati e ribaldi: e nello stesso palazzo ducale non tutto è fiorito e pulito. Ma questo è il mondo come è adesso, in cui l’azione del disfare si mescola ovunque con quella del fare. Un giorno, forse, chissà.
Scendevano dal monte in coda alla carovana, come retroguardia nel caso di un altro attacco. Avevano ricominciato a discutere della natura del Promesso. Neanche un branco di teologi!…
–Oltretutto– stava dicendo Anton, polemico –non abbiamo nemmeno la prova che si tratti di un essere in carne e ossa. Avrà la forma di un figlio dei Due… ma lo sarà EFFETTIVAMENTE, in fondo! E loro non hanno corpi come i nostri. Poi, forse non è nemmeno ancora nato!
–Figli dei Due, comunque, vengono chiamati gli appartenenti alle Quattro Stirpi, perché sono gli unici che loro hanno creato direttamente– precisò Virdena, distratta. Era pensierosa, quasi sognante. –Padre dei Due… NEI Due… figlio dei Due. È la perfezione… il compimento del cammino.
–Gunnar– chiamò Killit, che non ci capiva niente, –se dobbiamo restituire i carri al mercante, come facciamo con Winke?
–Ci stavo pensando anch’io. Magari, con i soldi che abbiamo trovato possiamo comprarcene uno. Viaggeremmo un po’ più lenti, ma staremmo comodi e Winke sarebbe al sicuro.
Entrarono in città molto staccati dal resto del convoglio, ammirando le strade larghe e pulite e i freschi colori delle case. Si stavano domandando dove co-minciare a cercare il loro pauroso datore di lavoro… quando se lo trovarono davanti svoltando un angolo. Lui e una ventina di guardie cittadine con elmi e picche, tutte puntate contro di loro, e un capitano così torvo da dare l’idea di essere nato rimproverando la madre per averci messo tanto. Il mercante gli disse qualcosa all’orecchio, indicandoglieli.
–Fermi!– ordinò allora l’uomo d’armi. –In nome di Sua Grazia Illuminata, siete nostri prigionieri per aver compiuto il reato di furto!
Sempre la stessa storia. Quasi quasi, è meglio combattere con mostri assetati di sangue che con delle brave persone che fanno il loro dovere. Perché devi stare attento a non far loro del male, e questo ti svantaggia. Fare del male è sempre più facile che non farne. Ironico, ma è così. E forse è giusto. Le cose preziose sono sempre le più difficili da ottenere.
Non avevano ancora finito di riprendersi dallo stupore per quell’accusa ina-spettata, che si trovarono addosso le guardie senza avere il tempo di rispondere. Si strinsero a cerchio, incerti sul da farsi.
Angela ebbe un brivido. –Gunnar… il sigillo che protegge Winke… è fatto per colpire i malvagi! Queste persone non lo sono! Se dovessero attaccarlo…
Il brivido si comunicò a tutti. –Posso creare un riparo– sussurrò Virdena.
–Non durerebbe per sempre. E loro resterebbero qui ad aspettarci per tutto il tempo che servirebbe. Dobbiamo farci venire un’idea.
–Forse è venuta a me– fece Anton. –YEMIRU SAHAJINDA MAYA-NAKSH…
Le sue parole non ebbero effetto apparente. Si portò lentamente davanti al gruppo. Cominciò a parlare, con voce suadente: –Andiamo, gendarmi… dev’esserci un errore. Non abbiamo rubato nulla a questo signore, checché vi abbia detto. Perché non fate i ragionevoli e ci lasciate in pace? Vedrete che ci accorderemo…
Le guardie titubavano, con occhi assenti, fissandolo. Un paio cominciarono impercettibilmente ad annuire, con un sorriso ebete. Virdena schioccò le dita ridendo silenziosamente. –Li sta incantando. Che canaglia. Non sapevo che potesse farlo.
La truppa cominciava a scostarsi deferentemente. Forse potevano andarsene senza dover combattere. Si sentirono sollevati.
Ma il mercante continuava a sorridere gelidamente. La magia a quanto pare non gli aveva fatto niente. Sollevò senza parole un grosso bastone e lo diresse sui gendarmi.
Quelli scossero la testa. Tornarono in sé con un grido d’indignazione e puntarono di nuovo le picche digrignando i denti, più rabbiosi di prima perché feriti nell’orgoglio.
–Ci hai provato, Anton– mormorò Gunnar amaramente. Poi, ad alta voce: –Va bene. Ci arrendiamo. Ma permetteteci di difenderci davanti al duca.
–Sei pazzo?– sibilò Anton.
–Spiegheremo come sono andate le cose. Se necessario, mostreremo il sigillo reale, anche se dovremmo viaggiare in incognito. Non tratterranno gli inviati della corona. È meglio così che spargere sangue inutilmente– sussurrò il vichingo in risposta. Poi, rivolgendosi ad Angela: –È meglio che usi la polvere magica che ci ha dato Fedra del Pher. Winke deve passare inosservato. Se scoprono cos’è, potrebbero portarcelo via… o peggio.
E lasciò andare le redini del carro, mettendo le mani ben in vista.
Per fortuna la legge di Fiorelen permette alle persone accusate di tenere le proprie armi finché non sono giudicate colpevoli: i nostri furono semplicemente chiusi in una cella speciale a prova d’armi e di magia, dove avrebbero passato la notte. Non era neanche troppo scomoda. Un’altra fortuna fu che permettessero loro di tenersi accanto Winke: grazie alla polvere fatata, il bimbo mezzo–leone sembrava un qualunque piccolo Hum, e Gunnar, passando un braccio intorno alle spalle di Angela e parlandole sottovoce, era riuscito a far credere che fossero due sposi con il figlioletto. Grazie, Fedra. Dovunque tu sia.
Il giorno dopo una scorta armata dall’aria truce li accompagnò nelle stanze del duca. Nello studiolo, piccolo ma chiaro e arioso, decorato da deliziosi quadretti incastonati nelle pareti, il mercante li aspettava taciturno e inflessibile. Non cercarono di rivolgergli la parola, e lui non parlò loro.
Di lì a poco entrò il duca in persona, un uomo giovane, dai capelli chiari, con vesti riccamente decorate e un sorriso che, nonostante l’apparenza amichevole, non li rassicurò per niente. Sedette e lesse le carte che aveva davanti, quindi ascoltò quello che il capo delle guardie aveva da dirgli all’orecchio.
–Bene– disse, quasi gaiamente, guardando coloro che aveva davanti. –A quanto pare, signori, vi si accusa di aver rubato a questo messere, che vi aveva assoldato per proteggerlo, i carri che trasportavano le mercanzie e inoltre un’arma preziosa datavi come anticipo del salario. Per giunta, mi si dice che avete cercato di sfuggire alla cattura per mezzo di arti magiche.
–Quest’ultimo punto è vero– affermò Gunnar ad alta voce. –Ma l’abbiamo fatto perché ci riteniamo innocenti del primo, Vostra Grazia. Siamo stati assoldati da questo signore, sì. Ma lui ci ha abbandonati nel mezzo del passo di Mushin, mentre combattevamo con una banda di orchi. Abbiamo proseguito il viaggio portando qui i carri per restituirglieli e sciogliere il nostro impegno, e non capiamo come possa accusarci di furto. È lui, piuttosto, che deve a noi il salario che avevamo pattuito, perché noi il nostro dovere l’abbiamo fatto. Ma a questo punto non lo vogliamo più. Vogliamo solo essere liberi di continuare la nostra strada.
–Liberi, è questo il punto– scandì sornione il nobiluomo. –Voi, signore, cosa dite al riguardo?
L’uomo magro esibì un sorriso raggelante nel volto quasi azzurrognolo. –Quando avete accettato di proteggere la mia merce, non mi avete detto di avere dei nemici. Quei tipi hanno attaccato voi, non me. Quindi mi avete ingannato, mettendomi in pericolo anziché difendermi. Per come la vedo io, questo mi scioglie dai miei obblighi e mi dà il diritto di chiedere soddisfazione… vale a dire la restituzione dell’arma e una cospicua somma come ammenda.
Gunnar si morse le labbra. Anton represse una risposta sarcastica. Era stato lui, in fondo, a dire che il mercante non aveva tutti i torti. E non li aveva davvero… per quanto il suo modo di fare fosse irritante.
–Non rispondete?– fece con gentilezza esagerata il duca. –Dunque ammettete di avere dei nemici, e che l’assalto degli orchi era diretto a voi. Molto strano, in verità. Cosa può avere un gruppetto di viandanti qualsiasi… per quanto bizzarramente assortito… che faccia gola ai briganti di Mushin più di due carri carichi di merce preziosa?
Virdena ebbe un lampo. Il duca sapeva. Sapeva qual era la merce trasportata nei carri, e passava tranquillamente sopra al fatto che il commercio di magie era proibito a Fiorelen. Avrebbe dovuto far arrestare il mercante per primo… invece lo aiutava a farsi una giustizia discutibile. Dunque era stato corrotto… o aveva addirittura un accordo coi tenutari del mercato nero. Guardò Gunnar, e capì che anche lui aveva avuto la stessa intuizione.
Ma arrestarli così non rientrava nella legge. Possibile che l’avesse fatto solo per il bastone e un po’ di denaro? No. Doveva volere qualcos’altro. Si vedeva benissimo che stava giocando con loro come il gatto col topo. Ma che intenzioni aveva? E se fosse stato –e rabbrividirono– un alleato del nemico?
Avevano soltanto una carta da giocare… sempre che funzionasse.
–E se pagassimo?– chiese Gunnar. –Saremmo liberi di andare?
–Voi cedete troppo in fretta– sorrise l’interlocutore. –Si direbbe che avete qualcosa da nascondere. Venite dal nord del paese, vero? Dove, se non mi sbaglio, si sta preparando una guerra contro i giganti. Non bisognerebbe andare in giro con tanta leggerezza. È pericoloso. Chiunque potrebbe essere una spia… CHIUNQUE– ripeté, fissandoli significativamente con espressione untuosa.
Il vichingo sospirò. –Va bene– disse, rassegnato. –Se è questo che pensate, vi diremo il motivo del viaggio e dell’aggressione. Ma non in presenza di orecchie estranee.
–Naturalmente– annuì il duca. E fece un cenno alla guardia, che accompagnò fuori il mercante. Sulla porta si volse con aria diffidente. Evidentemente non si fidava a lasciare il suo signore solo con i prigionieri: ma lui ripeté il gesto con noncuranza, e la porta si chiuse.
–Ovviamente sapete– disse poi loro con studiata casualità –che, se provaste a farmi del male, sareste uccisi subito dopo. E non vi servirebbe la magia per scappare. Il mio palazzo ha le sue protezioni. Ma non credo che ci proverete.
–Infatti no. Vostra Grazia, questo doveva restare un segreto. Ma la nostra missione è così urgente che ci vediamo costretti a rivelarlo.– Gunnar prese dalla cintola la pergamena con i sigilli del re e della casata di Vallenera, e la porse al duca.
Questi la esaminò senza la minima sorpresa. –Sì, me l’aspettavo. Avevo il sospetto che si stesse facendo qualcosa del genere. Il sigillo è senza dubbio autentico.– E con calma, senza fretta, lacerò il foglio in due, e poi in pezzetti via via più piccoli.
I Sei emisero un grido soffocato. Fecero un passo avanti. Lui sollevò tranquillamente la mano, bloccandoli. –Calma, vi prego. Vi mettereste solo dalla parte del torto. Ora non avete più modo di dimostrare chi siete. Posso accusarvi di tradimento e rinchiudervi in carcere a vita… o mandarvi a morte nel caso mi mettiate le mani addosso. Ma potrei anche farvi un nuovo salvacondotto, e perfino pagare per voi l’ammenda e il prezzo del bastone. Tutto dipende da come vi comporterete.
Proprio come avevano immaginato. Ma non credevano che si sarebbe spinto a tanto. –Cosa volete?– ringhiò Gunnar fra i denti.
–Semplicemente un piccolissimo favore. Dovete sapere che a Fiorelen abbiamo le nostre storie e le nostre leggende. Ad esempio, non molto lontano da qui sorge un castello. Un castello che si dice sia appartenuto, secoli fa, ad una bellissima e nobile fanciulla, che cantava come un angelo. Pare che fosse una potente maga. Fu abbandonata dal suo amante, la poverina… e ne morì di dolore. Da allora quel luogo è infestato dagli spiriti. Si sente cantare la sua voce, di notte… e nonostante il castello sia disabitato da secoli, il tempo non ha lasciato il minimo segno sulle mura. Pochi osano avvicinarsi: nessuno torna più.
–E questo che c’entra con noi?– esclamò rabbiosamente Anton.
–Non vi alterate, mio caro amico… ci sto arrivando. Pochi, dicevo, osano accostarsi al castello: pure, qualcuno lo fa. Perché si dice che un cantore che riesca a passarci tutta una notte e a sopravvivere diverrebbe potente al punto da poter creare regni, abbattere montagne, far cadere miele dalle nubi con la voce. Va da sé che nessuno ci è mai riuscito.– La voce svagata divenne seria a un tratto. –Mio fratello minore è un cantore. Ha deciso di tentare la prova. È andato tre giorni fa. Non sono riuscito a dissuaderlo. Non è più tornato.– Il tono era durissimo. –Lo rivoglio indietro.
–E perché chiederlo a noi?
–Non voglio rischiare le vite delle mie guardie. Hanno provato più di una volta a esorcizzare gli spiriti, e sono morte. Ma se il re ha inviato voi a rendervi conto della situazione al confine, non dovete essere persone comuni. Vi farò condurre questa sera al castello, sotto scorta. Se mi riporterete mio fratello sano e salvo, avrete quanto vi ho detto ed una ricompensa. Se no…– e fece un gesto significativo con la mano. –Vorrà dire che le spie della corona non sono all’altezza della loro reputazione.
Fremevano tutti. Almeno un paio avrebbero voluto lasciare un bel segno rosso sulla faccia di quell’essere odioso, che giocava senza nemmeno capire quale fosse la posta e si credeva un furbo politico.
–Naturalmente– riprese con intenzione il duca, alzando lo sguardo, –potreste approfittare della fiducia che vi do per fuggire… ed è per questo che il bambino che avete con voi resterà sotto la custodia dei gendarmi finché non tornerete con mio fratello. Non gli sarà fatto alcun male… sempre se non farete sciocchezze.
Angela non trattenne un singhiozzo d’angoscia. Gunnar la zittì con la mano. –Non abbiamo altra scelta, a quanto pare.
–Direi proprio di no. Bene… vi faccio riportare in cella. Avrete un pasto sostanzioso. Dovete essere in forma per stasera. Vi accompagnerò io personalmente fino al castello incantato.
Nessuno disse una parola mentre, a testa china, venivano di nuovo condotti lungo i luminosi corridoi. Solo quando non ci fu nessuno a sentire, Anton parlò. –Non ci lascerà mai andare. Lo sapete.
–È vero– annuì Virdena, calma ma con rabbia repressa. –Se lo facesse, potremmo denunciare il suo comportamento al re. Quando gli avremo dato quel che vuole, ci imprigionerà di nuovo usando Winke come ostaggio… per usarci ancora a suo piacimento… o ci farà sparire.
–Lo so– rispose Gunnar, con la testa appoggiata sul braccio. Improvvisamente gli si disegnò sul volto l’ombra di uno strano sorriso. –Almeno, questo è quel che crede lui.
Misteriosamente, il sorriso si propagò a tutti gli altri.
–Ehi– mormorò Anton sarcastico, dopo una mezza clessidra di silenzio, –d’ora in poi, quando ti viene una grande idea per viaggiare sicuri… tienila per te, signorina intelligentona.
–Ammetto il mio errore– replicò Virdena, sullo stesso tono. –Giuro… non lo faccio più.
Quella sera, mentre i primi pipistrelli cominciavano ad alzarsi in volo, nel crepuscolo grigiazzurro giunsero accanto ai comignoli lucenti e alle mura di pietra di quella che sembrava una casa di gioia e di fate, un nido d’amore e di canti, non un luogo maledetto. Erano circondati da una schiera di cavalieri, e il loro carceriere procedeva viziato e distaccato al loro fianco, su un carro che era quasi un padiglione montato su ruote, guidato dal più luccicante dei suoi armigeri e trainato da quattro cavalli bianchi coi finimenti d’oro. Il castello era immerso nella pace dei boschi.
Smontarono da cavallo e il capitano delle guardie tolse Winke dalle braccia di Angela con tutta la cortesia di cui fu capace. Ciononostante, il piccolo cominciò a frignare. –Ua–ua, Ua–ua– chiamava, coi lacrimoni agli occhi. Lei si sentì stringere il cuore, ma si sforzò di sorridergli. Si accostò a Gunnar.
–Se ho fatto bene i calcoli– gli disse sottovoce, –l’effetto della polvere durerà fino a domani mattina. Speriamo di essere fuori di lì prima di allora.
Il duca, che aveva afferrato le parole «domani mattina», intervenne sorri-dendo: –Nel caso… non ce la facciate per l’alba, potrete riposarvi dentro. Gli abitanti del castello agiscono solo di notte. Di giorno scompaiono del tutto… sia loro che i tesori che custodiscono– terminò, con una smorfia.
Gli armigeri risero a quella che sembrava una facezia del loro signore. Quei pochi ragazzini, riuscire a superare una notte al castello? Secondo loro si trattava solo di una condanna a morte molto fantasiosa. Virdena invece aveva fatto caso più alle ultime parole che alle prime, e aggrottò le sopracciglia. È proprio di tuo fratello che ti preoccupi, bel damerino?
–Armi in mano– chiamò Gunnar, e si avviarono tutti dietro di lui su per la salita che conduceva al portone principale. I fischi dei gendarmi li accompagnavano. Augurarono mentalmente bruttissimi sogni a chiunque stesse ridendo… e soprattutto al bel tipo che li aveva messi in quel pasticcio.
Neanche il tempo di entrare. Appena furono a venti passi dalle mura, gli ornamenti di pietra sui cornicioni si levarono in volo come uno stormo di uccelli da preda e, con uno strido acuto, piombarono loro addosso.
20.mar2011 @ 10:17
Non ci sono commenti Capitolo XXV
La luce dell’alba entrava nella Montagna Nera, attraverso i profondi fori della roccia. E questa non è una contraddizione. Le lingue degli uomini identificano le tenebre e il nero con il male, la luce e il bianco con il bene. Ma in realtà, come tutto ciò è buono, così entrambe le cose possono, pervertite, essere usate per scopi malefici. Chiamare malvagio il nero non è meno contraddittorio che dare questo nome alla luce.
Il cavaliere vestito di nero era chino di fronte ai suoi signori, in silenzio. Il suo atteggiamento era umile, ma non sottomesso né indeciso. I due, d’altra parte, apparivano irritati e contrariati.
–Ci hai disobbedito– disse l’uomo collericamente. –Hai contravvenuto ai nostri ordini e hai usato la cavalcatura che ti abbiamo dato per andare in un luogo dove ti era proibito di andare, lasciando la montagna senza il nostro permesso.
–Non ho interferito– rispose il cavaliere con calma, sollevando la testa. –Mi sono limitato a osservare.
–Tuttavia l’avresti fatto, non è così, se ce ne fosse stato bisogno?– intervenne la donna, più calma. –Sai cosa sarà necessario fare, per vincere. Non possiamo lasciare che le tue… inclinazioni… interferiscano con la tua lealtà verso di noi. Devi decidere con chi stare.
–Ho già deciso e lo sapete bene– disse fieramente il giovane, alzandosi in piedi. –Tuttavia, non farò mai nulla che non decida io, liberamente, di fare. Sono al vostro servizio, ma non vostro schiavo. Non temete comunque– concluse, con un leggero tono di disprezzo, abbassando la voce e distogliendo lo sguardo. –Quando sarà il momento, combatterò senza farmi distrarre da nulla.
E si allontanò senza aspettare risposta.
–È irriverente e pericoloso– brontolò l’uomo con rabbia, sottovoce, alla sua compagna. –Potremmo pentirci di averlo preso con noi.
–È anche il migliore alleato che potremmo desiderare, non dimenticarlo– ribatté lei, tranquillamente. –Forse, è la chiave della nostra vittoria. E poi mi diverte quel suo atteggiamento orgoglioso. Sarà ancor più piacevole ridurlo all’obbedienza, quando avremo quel che vogliamo. Non dubitare. Ha una parola sola. Sarà dalla nostra parte, nonostante… l’identità dei nostri avversari.
–A proposito dei quali– disse lui, ancora più alterato, –stanno superando tutti gli ostacoli e gli agguati che tendiamo loro… e ora ci hanno sottratto uno dei nostri servi.
–Dei nostri servi minori. E comunque di lui non mi ero mai fidata. Vedremo se riusciranno a battere qualcuno di più forte. Xinthis può tenersi Khiza, se vuole, dato che ha tanta passione per i deboli. Quanto alla ragazza… non supererà tanto facilmente la Palude del Santo. Vedrai, amor mio.
–E riguardo la ricerca della Terza Arma?
–Ho trovato un posto che sembra corrispondere alle indicazioni e dove stanno accadendo cose insolite da qualche tempo. Molti nostri sottoposti vivono nella zona. Ma è ben difeso.
–Non importa. Abbiamo tempo. Dobbiamo solo impedire che i Sei ci arrivino.
–Non temere… renderò loro la vita così difficile che sarà un miracolo se arriveranno tutti vivi alla capitale.
Il sole gettava i suoi primi raggi tra le fredde ombre in mezzo alle cime di Mushin, riscaldando il cuore dei viaggiatori. Khiza strinse la mano a ciascuno dei Sei, sorridendo, per prendere congedo.
–Che farai, ora?– gli chiese Gunnar.
–Non credo di poter abbandonare quei poveri stupidi. Hanno bisogno di me. Ma cercherò di farli rigare dritto. E poi… scenderò in città, di tanto in tanto. Riprenderò contatto con la gente di mia madre, e proverò ad aiutarla. Certo, ci vorrà molto tempo prima che si fidino di me… forse non lo faranno mai del tutto… ma non mi scoraggerò. E se un giorno trovassi qualcuno a cui affidare quei pochi squinternati… mi piacerebbe andarmene in giro a vedere il mondo, come voi.
–Forse ci incontreremo.
–Lo spero– sorrise nuovamente il Mezzo–Mostro. E con un cenno di saluto si avviò su per il pendio, verso il passaggio. Lo seguirono con gli occhi finché non fu diventato una figuretta minuscola. Poi misero in moto i carri sulla strada per Fiorelen. Era passata un’altra carovana durante la notte: si sarebbero uniti a quella, e avrebbero raggiunto la loro meta entro il giorno successivo.
–E se non ritroveremo il mercante– affermò Gunnar, a conclusione di un di-scorso fra sé e sé, –vuol dire che i carri ce li terremo noi.
–È un peccato che Khiza se ne sia andato– disse a un tratto Killit, triste. –Speravo che potesse venire con noi. Mi piaceva.
–Aveva altro da fare– rispose Virdena. –La sua strada non è la nostra.
–Lo so… ma, be’… per un po’ di tempo siamo stati sette. Lo so che è un po’ ridicolo, ma in qualche modo pensavo che potesse essere lui.
–Chi?
–Il Settimo.
Gli altri ammutolirono.
–In fondo– insistette la ragazzina –il libro profetico dice che il più macchiato diverrà il più puro, no? E che il più povero sarà il più ricco. E poi… che il Settimo sarà formato da molte parti. E lui era mezzo orco e mezzo Hum.– Si interruppe un attimo, riflettendo. –Però è vero che due non sono molte…
Gunnar era stupefatto. –Killit, a questo non ci avevo mai pensato! Mi rompevo la testa su come interpretare quei versi… ma questa tua intuizione è incredibile! Cosa ne dite, ragazzi? Dobbiamo credere che il Promesso sia un mezzosangue?
–Forse– disse Anton rimuginando, non molto convinto. –Ma ci sono anche altri modi per interpretare il testo. Si parla di uno che è quattro e quattro che sono uno. Forse non sarà una persona sola. Magari Xinthis si è incarnato in quattro corpi diversi. Questo spiegherebbe anche perché le Armi sono otto.
–Dovrebbero essere dieci, se fosse come dici tu!– ribatté Virdena. –E poi il sacerdote Kuduk è stato chiaro. Le Armi sono per chi dovrà ASSISTERE il Promesso, e la Spada Divina è per lui. E ha detto che avrà la forma di UN figlio dei Due… non di quattro.
–Magari non lo sa neanche lui– mugugnò il ladro, contrariato. –La profezia è oscura. Ha detto lui stesso che i Kuduk non sanno tutto.
–Non pensiamoci adesso– concluse il vichingo. –Quando saremo ad Ara-math, ne parleremo ai saggi. Per ora, vediamo di arrivare in città.
–Credo di parlare per tutti– sorrise Angela –quando dico che non vedo l’ora di dormire di nuovo in un letto. Tranne che per Winke… lui dorme DAPPERTUTTO.
–È così pallido– mormorò Fiona, fissando l’essere disteso sull’erba, mentre Singel, chino, esaminava ancora una volta le sue ferite. L’avevano vegliato per tutta la notte. –Avrà perso molto sangue?
Singel scosse la testa. –È stato ferito da qualcosa di tagliente… e punto da molti insetti, ma l’ho guarito del tutto. Forse ci vorrà qualche giorno perché recuperi le forze, sfinito com’era… ma credo che questo sia il suo colorito naturale.
–La domanda è un’altra– disse Elviana pensierosa. –Cosa ci fa un gigante in questo paese? Non li avevate cacciati tutti dal regno? E se c’è un bambino, ci sarà anche la sua famiglia.
Quello che stavano guardando infatti non poteva essere altro che un piccolo gigante. Aveva i capelli bianchi e la pelle lattea, ed era alto più o meno come un Aeliph adulto, ma i lineamenti e la corporatura non lasciavano dubbi. Eppure non assomigliava a nessun gigante che Fiona avesse mai visto prima.
Prima? Quando mai ho visto un gigante? Sono stati espulsi qualche secolo fa. E durante l’ultima Guerra io ero…
Cercò di mettere a fuoco, ma il ricordo le sfuggì. Tornò a concentrarsi sulla figura distesa.
In quel momento il bimbo riaprì gli occhi. Si guardò intorno spaventato, e vedendoli si rannicchiò con un grido soffocato. –Non fatemi male– balbettò, con voce tremante. –Non portatemi dalla strega.
–Non ti vogliamo fare niente– cercò di tranquillizzarlo Singel. –Ti abbiamo aiutato. Chi ti aveva ferito? Chi è questa strega?
–Parla della strega della palude– tuonò una voce profonda alle loro spalle. Si volsero. Un gigante adulto, alto come le cime degli ultimi alberi, li fissava cupamente, appoggiato a una grossa clava. Quando il bambino lo vide, si precipitò verso di lui e gli si nascose dietro. L’adulto gli mise la mano libera sulla testa, continuando a guardare gli stranieri.
–Immagino che non siate servi di quella dannata– disse lentamente, –perché loro non indossano mai l’armatura e non escono dalla palude. E poi, non prendono lineamenti così strani. Vi ringrazio per aver aiutato mio figlio. Era tutta la notte che lo stavo cercando. Temevo che l’avessero catturato.
–Non è nulla– rispose Singel. –L’abbiamo incontrato solo per caso.
Il gigante annuì con un grugnito. –Come mai siete così vicino alla palude? Non capita spesso di vedere gente, qui. Se pensavate di attraversarla, è meglio che cambiate idea. La strega e i suoi uomini–bestia non perdonano. Tutti quelli che vivono nei dintorni stanno alla larga.
–Noi dobbiamo andare ad Aramath– esclamò Fiona. –Dobbiamo arrivarci al più presto possibile. C’è una guerra che si prepara. Puoi dirci di più sulla strega? La affronteremo, se necessario.
Il loro interlocutore scosse la testa incredulo. –Non sapete quello che dite. Io riesco a malapena a tenerli a bada. Ma avete parlato di guerra? Forse i miei compagni di un tempo si stanno di nuovo muovendo?
Vedendo le loro facce imbarazzate, sospirò e si grattò la testa. –Be’… lo sapevo. Quando se ne andarono, lo dissero che prima o poi sarebbe successo. Vorrei che veniste a casa mia. Dovreste raccontare quello che sapete alla mia famiglia… e poi, se proprio volete passare di qua, potremmo darvi una mano. Ve lo devo.
Senza altre parole, si mise il figlio in spalla e si voltò, pestando l’acqua stagnante con gran passi che creavano enormi tonfi. I tre si consultarono con lo sguardo.
–Non mi sembra cattivo– sussurrò Fiona, –anche se è un gigante…
–No. Non sento alcun male in lui– rispose Elviana, sicura di sé. –Forse è l’alleato di cui parlava la sacerdotessa. Io dico di fidarci. Conosce questo posto meglio di noi.
Montarono a cavallo e lo seguirono cautamente. Lui sgombrava il terreno con la clava, avvertendoli di quando in quando di evitare le pozze, dove c’erano piante e insetti dannosi, e scrutando il cielo preoccupato. –Alcuni uccelli sono usati come spie dalla strega– brontolò. –Appena ne vedo uno, lo uccido anche se è velenoso.
–Come mai tu vivi qui?– domandò Fiona.
Senza girarsi, il gigante la guardò con la coda dell’occhio. –Quando i miei simili furono cacciati, io e la mia famiglia ci siamo nascosti. Abbiamo sempre vissuto nel profondo della palude, quindi riusciamo a passare inosservati. Non ci interessava servire Oder e Iorath. Non vogliamo dar fastidio a nessuno. Vogliamo solo essere lasciati in pace. E poi, le idee di quei due sono stupide. Ma ci hanno punito– sospirò. –Hanno mandato qui quella maledetta megera, e lei ha trasformato in suoi servi molti animali della palude. Nessuno di loro è forte quanto noi… ma tutti insieme sono un pericolo. Ci rendono la vita impossibile. Ma di qui non ce ne andremo. È casa nostra.
Intanto erano arrivati in una zona delimitata da pochi alberi, pietre e tronchi messi ritti. Il gigante si portò la mano alla bocca e diede una voce. Altri due, molto simili a lui, sbucarono da dietro gli alberi. Parlottarono per qualche minuto nella loro lingua, poi fecero segno di seguirli e andarono avanti. I tre guerrieri notarono delle ingegnose trappole con le corde per fornire agli intrusi un caloroso benvenuto a base di sassi. La guerra tra i giganti e i servi della strega doveva essere violentissima.
Arrivarono finalmente a una grotta, in una zona dove le nebbie pomeridiane riducevano il sole a una pallida ombra dorata. Dall’interno saliva il fumo di un focolare. Una donna dai capelli argentei, bella nonostante la sua mole, stava all’imboccatura. La loro guida parlò anche con lei e poi invitò gli ospiti a entrare, mentre gli altri due giganti tornavano indietro a sorvegliare il confine.
–Mia moglie e i miei fratelli non parlano la lingua del regno– li informò. –Io ne sto insegnando un po’ a mio figlio. Non vivrò per sempre… e prima o poi dovrà uscire di qui, e trovarsi una compagna. Purtroppo siamo i soli della nostra razza per miglia e miglia. A volte mi pento di aver scelto di restare. I ragazzi sono irrequieti, e hanno ragione. Penso che stiano progettando di andarsene. Li capisco.
L’interno della grotta era meno umido dell’esterno. Un fuoco crepitava, e su quello girava un pesce enorme infilato in un tronco che faceva da spiedo. Grandi giacigli d’erba secca pavimentavano la roccia. Il gigante posò delicatamente il figlio su uno di essi e piombò pesantemente su un altro, facendo cenno agli stranieri di sedersi davanti a lui. Porse loro grossi pezzi di pesce arrostito e mangiarono in silenzio, mentre la donna li guardava di sottecchi. Infine, dopo la cena, il loro ospite accese una gran pipa di legno che faceva un acre fumo e allungò le gambe grugnendo di soddisfazione. I suoi fratelli rientrarono con grosse quantità di selvaggina in spalla, che deposero all’imboccatura della caverna, chiudendola quindi per la notte con delle assi. La famiglia sedette con calma tutta intorno al fuoco, e anche i giovani presero a mangiare.
–Adesso– disse con rude cortesia il padrone di casa –ditemi pure cosa succede nel mondo di fuori.
Parlarono per molto tempo, dicendo tutto quello che sapevano. Ogni tanto il massiccio interlocutore annuiva e li interrompeva per fare altre domande o per tradurre le loro parole agli altri, che sgranavano gli occhi e sussurravano commenti fra loro nella propria lingua. Quando ebbero finito, uno dei due giganti giovani si rivolse al fratello concitatamente, facendo gran gesti e indi-cando i tre ospiti. Lui rispose con voce incoraggiante e cenni d’assenso, poi spiegò: –Aursh dice che se ci aiutate a sconfiggere la strega noi potremmo aiutare voi contro i nostri simili. Potreste chiedere al vostro re di permetterci di servirlo. In questo modo loro uscirebbero di qui… e potrebbero scoprire se ci sono altri di noi che non sono passati dalla parte della Discordia. Io sono d’accordo con loro. A voi va bene?
–Naturalmente– rispose Fiona, mentre i gemelli annuivano.
–Allora– sorrise il loro ospite –ci vorrà qualche giorno per prepararci ad affrontarla e spiegarvi come agiscono lei e i suoi servitori. Nel frattempo, farete come se foste a casa vostra. È il minimo, dopo l’aiuto che ci avete dato.
Tradusse, e gli altri approvarono vigorosamente con la voce e con i gesti. Fiona storse la bocca. Non potevano fare altro che accettare l’aiuto dei giganti, se la strega era davvero tanto potente… ma questo avrebbe significato un nuovo ritardo. Si augurò che le risposte di cui aveva bisogno la aspettassero un altro po’.
Elviana notò il suo sguardo. –Posso mandare un messaggio alla capitale per avvertire del tuo ritardo.
–Grazie– rispose la ragazza, a testa china.
–Non preoccuparti– disse sottovoce Singel, mettendole una mano sulla spalla. –Se questo ostacolo era previsto, allora quello che cerchi lo troverai anche con qualche altro giorno di indugio… e forse proprio grazie ad esso.
Fiona si sentì sollevata da quel contatto, e dall’affetto nella voce del suo saggio compagno. Pose la sua mano su quella di lui, e gli sorrise. –Mi dispiace. Non cercherò più di staccarmi da voi.
–Ed ora– esclamò il gigante, soddisfatto che gli stranieri si fossero messi d’accordo, mettendo da parte l’enorme pipa, –dato che resterete nostri ospiti, dovete partecipare al nostro divertimento del dopo cena… cioè raccontare storie! Spero che ne sappiate tante!
Il giovane Aursh fu il primo a narrare, e man mano il fratello maggiore traduceva. Erano stati accolti nella famiglia, in quel calore e in quell’atmosfera allegra e raccolta, così semplicemente come se fosse stata una cosa normale. Fiona dimenticò i problemi e le preoccupazioni, e si lasciò avvolgere da una tranquilla serenità che non aveva mai goduto. Senza che se ne accorgesse, la sua mano continuava quietamente a stringere quella di Singel.
13.mar2011 @ 09:22
Non ci sono commenti Capitolo XXIV
–Va peggio di quanto mi aspettassi– grugnì Anton. Un altro cunicolo ostruito.
Khiza era scuro in volto. –Rimane da ispezionare solo una porta. E non so se augurarmi che la via sia libera o sbarrata. È l’uscita più pericolosa di tutte. Non sappiamo esattamente dove sbuchi, e ho proibito ai miei di avventurarvisi dopo averne persi due o tre.
–Se sarà aperta– disse Virdena tranquilla –vorrà dire che i Due vogliono che passiamo di là. Se sarà chiusa, allora ne troveremo un’altra. Loro non ci abbandoneranno. Dov’è questa porta?
E si avviò senz’altro nella direzione indicatale. Gli altri la seguirono: alcuni avevano un sorrisetto ironico sul volto, ma nessuno provò a contraddire l’irascibile ragazza.
Quanta fede, pensava Khiza. Noi non abbiamo mai osato affidarci così ai nostri signori. E quanta generosità.
Guardò le sue ferite. Avevano bisogno del potere della monaca, ma gliel’hanno fatto usare per me. Senza pensarci due volte. Avrei provato a curarmi da solo… ma ormai credo di non averne più il potere.
Non potrò più essere quello che ero, ormai. Ma cosa potrò mai fare, d’ora in poi?
Virdena stava azionando il congegno. La porta segreta si aprì, con uno spesso odore di chiuso e di muffa. Una ventata umida li investì. Segno inequivocabile, anche se non avessero visto coi loro occhi, che il tunnel che stava loro davanti comunicava con l’esterno. Bene. Strinsero le labbra.
–Non c’è molto da dire– fece con decisione Virdena. –Andiamo. E se ci sono dei mostri, tanto peggio per loro.
Rico fu il primo a entrare, e Khiza il secondo. La via era oscurissima e silenziosa, tanto da ferire le orecchie. Acqua gocciolava dalle pareti, muffa le ricopriva. Faceva un freddo intenso. Anzi, troppo intenso. Killit, che reggeva una delle fiaccole, a un tratto lanciò un grido soffocato e cadde a terra completamente bianca in volto, battendo i denti, mentre la torcia si spegneva.
Angela le corse accanto, e si sentì colpita anche lei da un gelo che mordeva il cuore. Si fece forza per non svenire. Sollevò la piccola e la portò lontano dal muro. Sentì il freddo svanire e sospirò, accasciandosi. Invocò il suo potere per restituire a entrambe parte della vita succhiata. Lo stava consumando troppo in fretta, ma non aveva scelta.
Alla luce delle torce rimaste puntate contro la parete, videro il responsabile di quel gelo. Una enorme chiazza di muschio color ruggine si espandeva a velocità abnorme, quasi con un grugnito di soddisfazione. E la luce del fuoco si affievoliva sempre più.
–Si mangia il calore…– fece rabbioso Anton. –Be’, vediamo se riesce a mangiare QUESTO!– Sollevò la mano e recitò: –SHIINDAR AJSHAUR MIJSTRAGITAR!– E scagliò una sfera color di fiamma contro la parete.
Peggio di prima. La muffa parve inghiottirsela e prese a crescere ancora più velocemente. Indietreggiarono mentre i bordi brunastri si avvicinavano a loro. –Idiota– disse Virdena. –Le hai dato solo altro cibo.
–Usa la spada– le fece Gunnar, spaventato.
–Bravo. Così consumerò il suo potere. So io cosa devo fare.– Alzò la destra, semistringendola a pugno. –HAYSHA SHEELAH MIKTHRASH!
Un pezzo di ghiaccio acuminato le si formò nella mano. Tirò. Ma era troppo vicina alla muffa, ormai, e la mano cominciava a tremarle. Mancò il bersaglio. Servì lo stesso, comunque. Il ghiaccio si sciolse in una nuvola fredda, e la massa bruna si ritrasse sentendola. –Adesso o mai più. Correte, ragazzi!
E corsero. Come dei pazzi. Per qualche minuto.
Poi Anton, che era in testa al gruppo, mandò un grido mezzo di rabbia e mezzo di sorpresa. Si era impigliato in una ragnatela gigantesca! La tela bloccava tutto il corridoio, e su di essa strisciava una quantità di ragni grossi come gatti.
Rico lanciò l’ascia e tagliò i fili. Alcune bestie caddero per terra. Ma certe avevano già morso il malcapitato ladro. Virdena gridò una formula magica e lo sollevò da terra, sottraendolo ai ragni. Imprecava come pochi. Quasi risero. Almeno non sembrava che stesse male.
Gunnar ne infilzò uno, ma ne restavano ancora troppi. E sfuggivano tra le mani, cercando di colpire. Era difficile prenderli. Virdena invocò il fuoco, bruciandone una buona metà. Ma gli altri cercarono di azzannare, e Rico e Gunnar vennero presi. Anton, dall’alto, scagliò due frecce splendenti, facendone fuori un altro.
Un secondo incantesimo della giovane Aeliph arrostì quelli che restavano, salvo un paio che si diede alla fuga. Tirarono tutti un gran respirone.
Winke dormiva tranquillamente. A quanto pare si stava abituando a quella vita. Beato lui!
Virdena fece scendere Anton. Rico esaminò le proprie punture e quelle degli altri due. –Non c’è da preoccuparsi. Un impacco d’erbe e non ci succederà niente. Fermiamoci un attimo qui, che ci penso io.
Killit notò qualcosa luccicare tra i fili della ragnatela penzolanti. Qualche bellissima moneta brillante. Non ne aveva mai viste così. Le staccò compiaciuta e le mostrò agli altri. Ce n’era giusto una a testa. Ma Anton, tra la meraviglia generale, le disse di tenersi pure anche la sua. A dire il vero, gli rimordeva la coscienza per via della statuetta. L’aveva tenuta senza mostrarla agli amici, anche se sapeva benissimo che gliel’avrebbero lasciata. Non l’aveva mai fatto prima. Ma non era per il valore di quell’oggetto. Più per la sua bellezza. Gli dava una strana sensazione, e non voleva condividerla con nessuno.
–Chissà in quanti sono morti qui– mormorò Virdena –abbandonando questi tesori.
–Ma noi non moriremo… non è vero?– disse Gunnar, lievemente. –Andiamo.
Procedettero. Ma ormai Virdena era stata afferrata da quel pensiero.
E se morissi davvero qui? Cosa ne sarebbe del mio desiderio?
Karo!…
Virdena, terza figlia di Andras, aveva vissuto l’infanzia di ogni fanciulla Aeliph nella città di Skandival, «il Luogo Bianco», nelle terre boscose del nord, dove c’è freddo e nebbia e pace, non lontano da un mare spumoso e burrascoso, molto più freddo di quello che bagna il Centro–del–Mondo. Era cresciuta curiosa e irrequieta, ascoltando il racconto delle avventure della sorella maggiore, che non aveva quasi conosciuto, e vivendo nell’esempio del fratello, forte e saggio, che sognava di diventare un grande guerriero. Aveva imparato con piacere a usare le armi, come tutti i bambini Aeliph, ma desiderava andare più oltre nella conoscenza. Le piaceva la magia, e non solo. Credeva nelle ferree leggi e nel destino imposti dagli dei dei suoi padri, ma sentiva che doveva esserci qualcos’altro, un amore che temperasse quel rigore. E le bruciava dentro il desiderio di uscire da se stessa, da quel piccolo guscio di sicurezza dove tutto era prestabilito, per vedere da sola come fosse davvero il mondo. Le sue continue domande e le sue intuizioni stupefacenti, molto mature per una bambina della sua età, avevano convinto Andras che la piccola doveva essere istruita meglio che mandandola semplicemente ad apprendere dai maestri locali.
Così, all’età di centosessant’anni, Virdena aveva viaggiato con suo padre fino alla lucente capitale di tutti i regni degli Aeliph, non molto lontano dal confine nord del regno di Ailatin–I. Là c’erano i più grandi maghi e i migliori filosofi della loro razza, che potevano rispondere a qualsiasi domanda. La capitale era abitata dai più nobili tra gli Aeliph, quelli di stirpe più antica, che avevano dedicato se stessi alla bellezza, alla saggezza e alla conoscenza. Raramente coloro che provenivano dai territori di confine, come loro, andavano fin lì, e difficilmente venivano ammessi a studiare con i saggi: erano considerati «barbari», quasi selvaggi, e guardati dagli «ottimi» con aria di superiorità. Ma Andras aveva mosso mari e monti per far accogliere la figlia nelle severe accademie, e c’era riuscito.
Mentre Virdena guardava le case d’oro e le vie di marmo della città, conquistata e colpita al cuore da tanta bellezza e armonia, il suo sguardo era caduto su di lui. Karo, figlio di Daur, appartenente a una delle famiglie più antiche di tutta la razza degli Aeliph, dal sangue purissimo che risaliva fino agli dei. Parlava sorridendo con un suo confratello, mentre attraversava dolcemente la piazza del tempio.
Vieni a me, amore,
io sono la cerva e tu sei l’arciere,
incocca la tua freccia e colpisci bene,
per mano tua e non altra,
per mano tua e non altra morirò.
Aveva fatto di tutto per conoscerlo. Lui era sacerdote di un dio del quale aveva sentito finora molto oscuramente parlare, un dio dell’amore universale, origine di tutti gli altri dei. Lo aveva ascoltato descriverlo. E aveva sentito di aver trovato quello che da sempre stava cercando, una giustizia che trascende la legge, un ordine che sopravanza le regole, un amore che supera il bene comune. Si era innamorata di Xinthis come si era innamorata del suo servo, in cui lo vedeva. E aveva deciso di credere in quel dio che le parlava attraverso la voce della più bella fra le sue creature. Gioiva al pensiero che aveva affidato se stessa al più buono di tutti gli esseri celesti, e al più buono di tutti gli esseri mortali. Ma non aveva mai parlato a Karo dei suoi sentimenti, pur tornando da lui ogni giorno per tutti i vent’anni che aveva studiato nella capitale. E lui, pur essendo sempre buono, gentile e affettuoso, non dava segno di essersene accorto, almeno per quello che lei poteva credere.
Amarlo era una follia, lo sapeva. Era nobile e dal sangue incontaminato, mentre lei era solo una piccola barbara plebea. Ma non si trattava solo di questo. Si sentiva piccola e sciocca di fronte alla sua dolcezza, violenta e sgraziata davanti al suo amore per gli altri e alla sua pazienza. Avrebbe voluto essere mille volte migliore, per lui.
–I sacerdoti di Xinthis possono sposarsi?– gli aveva chiesto un giorno.
–Anzi, devono farlo– le aveva risposto lui sorridendo. –Ma solo quando trovano la perfetta anima gemella, l’essere che li completa in tutto, per essere insieme come Amir e Orel.
Come Amir e Orel.
Tu sei già come Amir. Ogni volta che lo immagino con un volto, ha il tuo. Ma io non sono Orel. Non sono buona, saggia, comprensiva come lei. E forse non lo sarò mai. Non sono alla tua altezza. Ma forse posso diventarlo…
–Karo… come si può acquistare la bontà e la conoscenza? Vivendo e studiando qui per tutta la vita?
–Non è l’unico modo. È quello che io ho scelto, perché è questo che io sono. Ma tu appassiresti, rimanendo qui troppo a lungo. Tu appartieni al mondo di fuori, alla luce, al vento, all’avventura. Perciò è là che troverai quello che cerchi. E forse quel modo è migliore di questo. Qui siamo isolati, chiusi in noi stessi e nel nostro sapere. Ma l’amore si impara scoprendo, cercando, conoscendo. Non credo che questo posto abbia molto altro da insegnarti. Ho cent’anni più di te… dammi retta.
Nei giorni seguenti, aveva riflettuto sulle sue parole. E aveva scoperto che erano vere. La capitale era solo un guscio diverso, ma altrettanto chiuso, con leggi più compiute ma non perfette. E Karo le aveva insegnato che Xinthis è nello spezzare il guscio, nel traboccare all’esterno, come egli stesso aveva fatto creando il mondo. L’unità va cercata nella molteplicità, non nell’uniformità: nella tempesta, non nella quiete. Aveva tratto da quel mondo tutto ciò che poteva trarne. Ora doveva andare oltre.
Cercherò, Karo. Imparerò. Crescerò. Diverrò migliore. E sarò degna di te.
Così aveva insistito con suo padre perché le permettesse di «andare in cerca», come già avevano fatto i figli maggiori, come tanti giovani fanno, e lasciare i maestri. All’inizio Andras aveva cercato di dissuaderla. Aveva solo centottant’anni, e non era costume abbandonare scuola e famiglia in così giovane età. Ma Virdena non voleva più aspettare neanche un attimo. E il riluttante padre, poco a poco, si era convinto.
Ti lascio, amor mio. Ma ti lascio per poter tornare da te. Ti prego, aspettami.
Aveva preso congedo da lui cercando di non piangere mentre sorrideva, con una tenerezza struggente. E lui l’aveva salutata con tanto affetto e tanta dolcezza come mai in tanti anni. Mentre si allontanava a cavallo, la fanciulla si chiese con ansia se forse aveva lasciato trapelare troppo di quel che provava. Ma se si fosse voltata a guardare il volto del giovane che la seguiva con lo sguardo mentre andava via, forse avrebbe capito molte cose. Molte di più di quelle che fino ad allora avesse mai sospettato.
Killit vibrò il colpo finale e la massa gelatinosa che intralciava loro la strada esplose in mille schizzi di viscida materia, con il rumore di un sacco squarciato. Erano bastate poche botte, e per fortuna nessuno si era fatto male. Khiza era stupefatto: a quegli stranieri sembrava che non servisse affatto il suo aiuto.
Una luce incerta cominciava a diffondersi nel lungo tunnel. La accolsero con sollievo e cominciarono a correre. Rico era davanti a tutti, Gunnar lo seguiva da vicino.
–Dovremmo essere sul versante nord della montagna– ansimò il Dwalim senza fiato. –Con un po’ di fortuna… riusciremo a ritrovare carri e cavalli dove li abbiamo lasciati!… A meno che le arpie…
Un’esplosione. Un’altra. Il Dwalim e lo Hum vennero scaraventati per terra. gli altri accorsero. Avevano piccole piaghe su tutto il corpo. Angela si affrettò a porre rimedio. Gunnar era quello che stava peggio: la botta gli aveva riaperto la ferita, che già era grave. La ragazza fece del suo meglio, ma non riuscì a risanarlo del tutto.
–Temo di essere arrivata al limite del mio potere– sospirò. –Cosa è successo?
–E chi lo sa?– tossì il vichingo con un’imprecazione. –Mi è solo sembrato di inciampare su qualcosa… lì, in quell’angolo.
Nell’angolo in questione c’erano rimasugli rossastri e due gambi strani… e un grosso fungo rotondo e bitorzoluto, ancora intatto.
–Quelle piante…– brontolò Khiza. –Le avevo viste da altre parti, ma qui mai. Meglio eliminare anche l’ultima, così quando porterò fuori i miei non ci saranno problemi.
Estrasse un coltello dalla casacca e tirò. La lama si piantò nel fungo, ma non successe niente. Il Mezzo–Mostro sbatté gli occhi. –Possibile?… Di solito basta un colpetto per farle esplodere! Cosa…– e fece per alzarsi e andare a controllare.
–Aspetta– lo richiamò Virdena, trattenendolo per una manica. –Forse è solo perché è così enorme… ma potrebbe anche esserci qualcosa di strano. Meglio non correre rischi.– Puntò la mano e invocò le frecce splendenti. –JIA MAYES ECHTERAH!
Le saette partirono dalle sue dita colpendo infallibilmente. L’enorme creatura ebbe un tremito… ma non esplose. Poi un secondo. E infine, orribile a dirsi, si mosse, sollevandosi da terra e aprendo un occhio enorme. Non era un fungo. Era chissà quale orrore… e l’avevano risvegliato! Una quantità di bocche scattarono verso di loro, affamate.
Afferrarono le armi e colpirono con tutta la loro forza. Angela schiacciò uno dei tentacoli con una bastonata, Gunnar ne recise un altro che mirava a Winke, ma ne aveva due addosso. Anche Rico era nella stessa situazione, ma mirò al corpo. Khiza tagliò una bocca, ma finì contro una stalagmite e perse l’equilibrio.
Tre tentacoli erano andati, ma gli altri colpirono e colpirono bene! Tutti ricevettero un morso doloroso, e il mostro prese a nutrirsi avidamente di sangue, provocando loro una sensazione orribile. Khiza svenne, e cadde a terra con la bocca del mostro ancora attaccata al fianco.
Anton era sfuggito, per fortuna. Pronunciò ad alta voce una formula magica, e un getto di fuoco incenerì il quarto tentacolo. Si guardò intorno e si chiese chi doveva aiutare… Winke doveva avere la precedenza: eppure… Represse un ringhio e corse verso Gunnar.
Virdena si liberò rabbiosamente della sanguisuga e diresse i suoi attacchi verso il globo tumescente. Rico tagliò una quinta escrescenza, ma ne aveva un’altra di cui occuparsi. Killit tranciò la sua e corse ad aiutare Angela, che era caduta in ginocchio: fra tutti era la più indebolita. Un colpo e un altro, ma non riuscì a liberarla.
Virdena colpì al suo meglio. Erano rimasti solo tre tentacoli… ma con orrore videro che quelli spezzati cominciavano a rigenerarsi! La ragazza sudava freddo. Khiza sarebbe sicuramente morto… e gli altri non stavano certo meglio! Se avessimo trovato qualcosa di più forte di noi?
No. Mi rifiuto di crederlo. È passato abbastanza tempo? La spada avrà recuperato la sua forza? Devo provare!
–Signora dell’inverno, dammi la forza!– gridò, levando alta Svanthrudhr. –Per questa volta… concedimi il tuo pieno potere!
Orel la ascoltò. Un vento gelido carico di brina proruppe dalla lama, investendo in pieno la creatura, ricoprendola di una crosta ghiacciata. Ma non bastò. I tentacoli tornarono all’attacco.
–AYA PHROS MANAHIT EHAR!– gridò Anton, suscitando un fuoco sferico e lanciandolo contro il mostro. Ma non ebbe alcun effetto. Killit riuscì finalmente a liberare Angela, e con un altro colpo Gunnar, che se la vedeva brutta. Il vichingo ordinò alla ragazzina di portar via la monaca, che quasi non si reggeva in piedi, e si precipitò verso Khiza. Anton corse al fianco di Virdena. Uccidere le bocche non serviva a nulla… dovevano distruggere il corpo! Un tentacolo si attaccò alla giovane Aeliph, ma lei continuò a colpire. Un altro saettò verso di lui, ma lo mancò ancora una volta. Killit fu morsa di nuovo invece, e anche Gunnar. Rico si era appena liberato che fu riafferrato. Due mirarono ad Angela, ma non riuscirono a raggiungerla. Allora si diressero verso Winke… e si bruciarono contro il sigillo che lo proteggeva.
Virdena invocò di nuovo il nome di Ayraya, ferendo mortalmente il mostro col ghiaccio. Anton le diede man forte, colpendolo con un getto di acido. E finalmente l’unico occhio si arrovesciò… e l’essere giacque. Ma le bocche erano ancora vive e attaccate ai corpi. Gunnar tagliò la sua e quella di Khiza. Rico e Killit si liberarono. Infine anche Virdena parve ricordarsi dell’ultima, e la recise con un solo gelido colpo. Ce l’avevano fatta.
Ma erano ridotti male. Rico fasciò la ferita di Khiza e poi pensarono ad Angela. Gunnar si guardava le mani. Aveva un tremito per tutto il corpo, sentiva freddo e caldo insieme, non avvertiva quasi il dolore delle ferite. «C’è mancato poco» pensò, «c’è mancato davvero poco stavolta. Un altro colpo e…»
Virdena guardava l’enorme corpo informe per terra. –Ora lo riconosco. È un Thair–Maha… un occhio–della–tenebra, come lo chiamiamo noi. Molti nostri giovani organizzano spedizioni per cacciarlo.
–Cosa?!– esclamò Anton, non credendo alle sue orecchie. –E chi può essere tanto stupido da andarsi a CERCARE un coso del genere?!
–Primo, lo fanno per liberare il mondo da un pericolo. Secondo…– Virdena affondò lentamente la spada, squarciando il corpaccione raccapricciante. Si chinò e tolse qualcosa dal suo interno. Una pietra rossa splendente di luce propria nella sua mano, fra il sangue raggrumato. –Uian Melymir– disse. –Qualsiasi gemma va bene per farla… ma questa… è speciale. È il Thair–Cauwaoth… il Cuore–nel–buio. Il mostro la costruisce col nostro sangue, come un’ostrica la perla. Ma essa rispecchia ciò che l’ha generata e non ciò che l’ha creata.
–E adesso? Te la tieni?– chiese il ladro, combattuto fra il senso di colpa e l’ammirazione per quel gioiello bellissimo.
–Io ho già la mia Melymir, ed essa è una sola. E poi… non sono io quella che ha dato più sangue affinché questo gioiello fosse creato.– Si avvicinò ad Angela. –Prendila tu.
La pietra illuminava tutta la caverna, soverchiando il chiarore del giorno. La giovane monaca dimenticò per un istante ogni dolore e preoccupazione, persa in quello splendore. Ma poi, nonostante la sua debolezza, cercò nuovamente di alzarsi.
–Non puoi– la fermò Gunnar. –Non ce la fai. E hai già usato troppo del tuo potere, oggi. Ti prego…
Angela quasi piangeva, sconfortata. –Quest’uomo che ha voluto aiutarci ha bisogno di me. Tu hai bisogno di me. Tutti ne avete bisogno… e io non sono abbastanza forte per aiutarvi! Oh, Dio… dammi la forza!…
L’aveva appena detto che accadde. Le sue ferite improvvisamente si ridussero, il dolore diminuì di parecchio. Era ancora grave… ma riusciva ad alzarsi. –Cosa?…– Non c’era mai riuscita, prima.
–Hai pregato e hai avuto la forza. Anche a me non era mai riuscito di lanciare fulmini fino a quel giorno a Tolmand. Diventiamo tutti più forti, col tempo. Cresciamo e impariamo– disse Virdena tranquillamente. –In fondo, è a questo che serve vivere.
–Devo pensare a Khiza– esclamò Angela con decisione. E si avvicinò al Mezzo–Mostro svenuto. –Grazie di avermi ascoltato. Grazie di avermi dato il potere di aiutare. Ti prego, ora… concedimelo di nuovo.
L’uomo ferito tornò in sé con un sospiro e si stupì una volta di più. –Mi avete aiutato ancora– mormorò. –Anche se non vi sono stato di alcun aiuto.
–Avremmo dovuto non farlo?
Lui scosse la testa. –No… credo proprio di aver capito, adesso.– Fece scorrere lo sguardo intorno. –Siete malridotti… ce la faremo a uscire?
–Credo di poterlo fare ancora un’altra volta– disse la monaca, guardando Gunnar.
–Usala per Killit. Io ce la faccio– ordinò il vichingo. Tuttavia, gli girava la testa. Il buio… la rabbia… il chiuso. Devo uscire di qui. –Io vado in avanscoperta fuori. Potrebbero esserci altre brutte sorprese.
–Vengo con te?– chiese Anton. Si sentiva un po’ in colpa per essere l’unico illeso.
–D’accordo. Voi altri state qui. Torneremo subito.
Si allontanarono entrambi verso la luce. Rico fasciò strettamente le ferite degli amici dopo averle cosparse di polvere di foglie per stagnare il sangue. Khiza riuscì a riprendersi abbastanza per alzarsi in piedi, vacillante. –Per la seconda volta… mi avete salvato la vita senza chiedere nulla in cambio. E io non so come fare per ripagarvi– disse, stringendo la mano di Rico. –Se solo avessi ancora i miei poteri…
Il ragazzo Dwalim non sapeva come rispondere. –Be’… non importa. E poi… potresti acquistarne altri, un giorno. Quelli che avevi prima, meglio perderli che trovarli, no?
È vero. Erano poteri violenti. Anche quando li usavo per costruire e creare, sentivo che il mio stesso corpo si ribellava a loro. E ora so perché.
Ho sbagliato… tutta la mia vita. Odiavo quello che sono, quando avrei potuto trarne forza. Ho servito la Discordia senza neanche sapere cosa realmente servivo. Ma ora basta. Non pregherò mai più Oder e Iorath.
Se solo osassi rivolgermi a Xinthis…
Nell’istante in cui quel nome gli attraversò la mente, sentì qualcosa che non aveva mai provato prima. Una scossa al braccio, un flusso di calore dolce, irresistibile, passava da lui a colui che gli teneva la mano. Rico lo avvertì, sentì che il peso della sofferenza si alleggeriva, e non ne fu meno stupito di lui. Si lasciarono. Le ferite erano migliorate di molto.
Le ragazze stavano guardando. Killit aveva gli occhi fuori dalle orbite. Angela sorrideva. E anche Virdena aveva l’aria di trovarla la cosa più normale del mondo. –Cosa diventa una forza malvagia– disse dolcemente, –usata per il bene?
Ha accolto la mia preghiera. Mi ha preso al suo servizio. Dopo tutto quello che è stato!…
Ti servirò fedelmente, Signore di tutto. Ripagherò la tua pietà. Grazie. Grazie infinite.
–Chiamate il vostro amico– disse. –Posso curare anche lui.
Rico annuì. –Vado io. Tu intanto pensa ad Angela, se puoi.– E corse via per il tunnel. Khiza si inginocchiò accanto alla monaca, sorridendo per la prima volta. –Ora posso restituirti quello che mi hai dato. E devo ringraziarti per questo.– Sembrava quasi bello nella sua gioia. Angela ne fu commossa.
Killit aveva trovato qualcosa di luccicante tra i resti del mostro e dei funghi. Sperava in una bella gemma come quella dell’amica, ma era solo una manciatina di pietruzze azzurre. Vabbe’. Meglio di niente. Chissà se anche stavolta Anton me ne lascia tenere due…
Rico tornò di corsa, affannato, un’espressione sconvolta sul viso. –Presto! Correte! Il tunnel… sbuca in un nido di arpie! Ce ne sono cinque o sei, infuriate! E Gunnar… Gunnar…
Non lo lasciarono neanche finire. Si lanciarono più veloci che potevano. Un urlo che conoscevano fin troppo bene faceva loro da guida.
Maledizione! Maledizione! Maledizione!
Come se non fosse bastato tutto quello che avevano passato finora! Le luride bestiacce urlavano ferendo le orecchie, calavano dall’alto graffiando e colpendo con le ossa delle loro vittime. Gunnar era già alterato, e quella era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Colpiva selvaggiamente, e non si sarebbe fermato finché non le avesse distrutte tutte. Anton doveva guardarsi anche da lui… e aveva esaurito i poteri. Questi erano i momenti in cui si pentiva di non essere rimasto a studiare con Ambrosius per più tempo. Ne aveva tre contro e gli stavano facendo un bel po’ di male! Vibrò la sciabola, accecato dalle sozze penne, e colpì l’aria. Gunnar invece ne aveva già abbattuta una, e infieriva sulla seconda.
Non ce la faceva più. Quanto ci mettevano quegli idioti ad arrivare? Be’… almeno… si era fatto perdonare per non essere stato ferito prima. Vide tutto nero e piombò a terra.
Eccoli, finalmente! Virdena sbucò per prima dal tunnel. Vide un amico per terra e l’altro a combattere con cinque mostri. Gridò a squarciagola la formula del fuoco e fece esplodere l’aria intorno alle arpie. Una cadde. Ne restavano quattro.
Khiza era stupito dalla furia di Gunnar. Ma non ebbe il tempo di manifestare la sua meraviglia. Le bestie gridavano. E d’un tratto sentì quelle urla mutarsi in un canto ammaliante, gli orribili mostri in creature meravigliose. Lasciò cadere le spade. Non sapeva resistere. Voleva stare per sempre accanto a loro…
Angela lo vide bloccarsi. Cos’era? Forse una specie di malia. Loro erano protetti dai medaglioni della Chimera, ma lui no. E le bestiacce, lasciando perdere Anton, gli stavano andando addosso per divorarlo inerme. Lo difesero come potevano.
Gunnar fece fuori un’altra arpia. Angela gridò agli altri: –Tenetele lontane! Devo cercare di liberarlo!
Si concentrò in preghiera, esponendosi al pericolo. Una belva l’azzannò alla spalla, ma non cedette. E il prigioniero sentì la mente schiarirsi. Con un grido di sorpresa, impugnò nuovamente le armi. Rico colpì l’arpia che aveva morso Angela. Killit abbatté la seconda, già indebolita, con due colpi di spada. Gunnar la terza.
L’ultima fuggì stridendo, con le ali insanguinate. Ansimavano tutti. –Ci eravamo appena curati…– cercò di scherzare Angela. Poi si rivolse a Gunnar, che inveiva contro la nemica fuggiasca. –Adesso… devo pensare a lui.
Khiza guardava fissamente, mentre la ragazza si avvicinava all’amico furioso e dolcemente faceva tornare la ragione nei suoi occhi. La vergogna sul volto dell’uomo gli strinse il cuore. Gunnar era distrutto, e invocava a bassa voce il dio che gli aveva promesso aiuto.
–È un dolore per lui, e un dolore per noi– disse tristemente Virdena. –Ma ora, se non ti dispiace… qui c’è qualcuno che ha bisogno di te molto più di Gunnar.
Il Mezzo–Mostro si riscosse e si rivolse alle ferite di Anton. Virdena rise con dolce scherno quando il ladro aprì spaesato gli occhi. –Come vedi… curarlo non è stato inutile, pendaglio da forca. Ora ha potuto aiutare te.
–Mi dispiace, ma non sono potente come la vostra amica– si rammaricò Khiza. –Non posso fare di più.
–Non importa. Ora cerchiamo solo di scendere da questa montagna, e ritrovare i carri. Ci cureremo del tutto domani. È meglio che tu resti con noi. Domattina potrai tornare a prendere i tuoi uomini, quando sarai più in forze.
Si avviarono lentamente, zoppicando, sorreggendo quelli feriti più gravemente. Il sole era quasi al tramonto. –Ehi, orco– fece Anton all’indirizzo di Khiza, che lo aiutava a camminare, –giuro che non farò… non farò più battute sugli orchi in vita mia.
–Grazie– rispose lui sullo stesso tono. –In fondo… è come la gemma, no? Anche da quel mostro orribile è potuto nascere qualcosa di bello, grazie al sangue coraggioso di chi l’ha affrontato. Quindi… figuriamoci cosa potrà nascere da me.
Nessuno lo contraddisse. Scesero pian piano dalle balze del monte. Per fortuna carri e cavalli erano illesi dove li avevano lasciati… il giorno prima, sembrava un anno intero.
La Palude del Santo, a metà strada fra Aramath e Novalian. Due giorni e due notti di cammino lungo la costa occidentale avevano portato là i tre guerrieri mezzosangue, che esitavano ai bordi della vasta distesa acquitrinosa. Sopra volavano le anatre, intorno ronzavano gli insetti. Miglia e miglia di pozze fangose e aria malsana, una maledizione per i contadini che vivevano nei dintorni e che mille volte avevano provato invano a bonificarla. Non un’anima intorno, né villaggi, né città. Solo una vasta terra di desolazione.
–Le acque e le nebbie– disse Elviana. –È qui che ci sarà posto contro un ostacolo da qualcuno che nemmeno conosciamo. Avremmo potuto chiedere alla sacerdotessa chi è che ce l’ha con noi.
–Non ce l’avrebbe detto– rispose Fiona rassegnata, scuotendo la testa. –Non toccava a lei farlo. Ormai comincio a comprendere come funziona questo gioco. Comunque non è con VOI che ce l’hanno. Ce l’hanno con ME.
–E quindi anche con noi– replicò con semplicità Singel. –Non potremmo aggirare la palude?
–Allungheremmo di molto la strada. E ho ancora quella sensazione di dover arrivare al più presto possibile. Poi… ricordate quello che ha detto la sacerdotessa? Ci sono anche amici e non solo nemici sul nostro cammino. E forse non possiamo evitare di incontrarli… né gli uni, né gli altri.
–Almeno– commentò Elviana stringendosi nelle spalle –ci aspetteremo che succeda qualcosa, e staremo in guardia.
–Io però credo che faremo meglio ad attraversarla col sole– concluse Singel. –Per stanotte, ci fermeremo qui.
Fiona non aveva niente da replicare. Smontarono da cavallo e montarono la tenda. L’aria della notte era pesante e densa di odori vegetali. La legna era umida e faceva fatica a prendere fuoco. Singel sembrava cupo, quella sera. Forse era preoccupato per il pericolo in cui si sarebbero messi. Comunque Fiona non se la sentiva di parlargli, e la sorella era taciturna come al solito.
–Farò io il primo turno di guardia– disse il giovane.
Fiona doveva fare il secondo. Ma si svegliò molto prima, nella notte, grande silenzio sottolineato dal gracidio delle rane e dal ronzio degli insetti, e dal verso ripetuto e lontano di strani animali notturni. I suoi occhi distinguevano la calda figura di lui, che le voltava le spalle, gli occhi fissi sulla palude. Stette molto tempo a guardarlo, senza parlare.
–Cosa c’è?– disse lui, piano, a un tratto. –Lo so che sei sveglia. Non riesci a dormire?
–Mi stavo chiedendo a cosa pensi– rispose la ragazza, solo leggermente meravigliata dal fatto di essere stata scoperta. In un certo senso, le sembrava naturale e giusto che Singel sapesse quel che faceva e che sentiva. Si accorse che una sensazione sconosciuta e immotivata le montava dentro intensamente. Non sapeva darle un nome, eppure era come se la riconoscesse.
Lui tacque a lungo, come cercando le parole. Infine disse, con dolcezza e serietà, continuando a guardare il buio: –Tu ti fidi di me, Rubia?
Fiona sentì una vergogna improvvisa, non meno inspiegabile dell’ondata di calore che in lei si faceva sempre più forte. –Lo sai– replicò, ma la sua voce era meno sicura di quel che avrebbe voluto.
–Sì, lo so. Ma so anche che c’è una parte di te che ha paura. Che dubita di tutto. Ci siamo ritrovati così vicini, però tu cerchi ancora di separarti da me… da noi. L’hai fatto anche prima. Ma so che non lo vorresti. So che temi di essere delusa, tradita, abbandonata.
Sospirò. –Sto cominciando a capire… quello che voleva dire mia sorella. Cosa significa portare la gemma. Te lo ripeto, Rubia. Non ti abbandonerò. Non ti farò mai del male. E aspetterò… fino a quando non avrai più paura.
La mente forse non comprendeva quelle parole. Il cuore sì. In un lampo di luce, Fiona riconobbe il desiderio che stava provando. Era lo stesso che aveva provato nel vulcano. E intuiva quale potesse essere il suo nome.
Si alzò tremante in piedi, mosse un passo verso di lui.
Un fruscio improvviso fra i cespugli e le canne li riscosse entrambi. Si misero in guardia, estraendo le spade. Elviana, abituata a destarsi al minimo rumore sospetto, balzò dal suo giaciglio.
La vegetazione si aprì davanti a loro, lasciando uscire una figura poco più piccola di un uomo, ma ben più massiccia. Fece alcuni passi nella loro direzione, barcollando.
–Aiutatemi– balbettò, con voce stranamente infantile. E cadde a terra in avanti, svenuta.
07.mar2011 @ 10:36
Non ci sono commenti Capitolo XXIII
Il tempio dorato dei divini fratelli era semiabbandonato, ma risplendente di una barbarica grandezza passata. Storie di miti, sconosciute agli altri due gemelli che ne percorrevano stupiti e interessati i corridoi, ornavano le mura e le predelle e le basi delle colonne, in un fascio continuo. In fondo, le statue delle divinità, dallo sguardo fisso e indifferente alle cose del mondo, raggianti e spietate nella loro forza petrigna. Elviana e Singel notarono con meraviglia che in qualche modo quei due rassomigliavano a loro. E perché no, in fin dei conti, visto che, a quanto aveva detto la vecchia sacerdotessa, anche loro rappresentavano il Giorno e la Notte?
Si scorgeva in lontananza il grigio mare del crepuscolo, lo si udiva risuonare burrascoso. Tranne la venerabile donna, nessuno viveva in quell’immenso luogo da secoli.
–È così che mi sono sempre immaginato la dimora degli dei e degli eroi nell’aldilà– mormorò Singel. Piano, per non far riecheggiare la sua voce nello spazio imponente.
–Se un giorno ci andremo– scherzò leggermente la sorella, –potremo fare il paragone.
–Io andrei volentieri anche nel mondo buio. Dopotutto il mio signore è là, non nel palazzo degli eroi. Ci sarà un motivo.
–Perché non è morto in battaglia.
–E se non fosse stato ucciso, pensi che sarebbe morto in battaglia?– disse il giovane, significativamente. –Lui, il dio della pace? Inoltre, gli dei sono immortali, non è vero? Allora come mai alcuni di loro muoiono? Forse lo fanno per scelta. Forse vogliono dirci che le cose come sono non vanno bene, fra i mortali come fra loro, e che bisogna morire ad esse per preparare qualcosa di meglio.
–Sei un filosofo, fratello– sorrise Elviana. –Comunque, secondo le credenze di questo paese, i nostri dei sono soltanto divinità minori. E quelle maggiori sono veramente eterne. Fiona crede in loro, ora. Dopo la morte, in quale mondo andrà? Nel nostro aldilà, o nel loro, dove noi non potremmo raggiungerla?
Il volto di Singel si tinse di spiacevole sorpresa. Elviana rise. –Ma forse i suoi dei sono più misericordiosi dei nostri. Forse ci permetteranno di ritrovarci anche là, visto che altrimenti ne soffriremmo. Tu e lei più di me.
Singel guardò la sua gemella con un sorriso, sollevando un sopracciglio. –Eolhwyn Hrimnott, perché ti comporti sempre come se conoscessi un segreto che io non conosco?
–Sono più grande di te, fratello, anche se di pochi istanti. Quindi sono più furba. E poi– continuò, più seria, –capita spesso… che chi porta la gemma non se ne renda conto fino all’ultimo.
Lui stava per chiederle cosa intendesse dire, quand’ecco che giunse Fiona, accompagnata dalla sacerdotessa. Era completamente risanata delle sue ferite, e pronta per ripartire. I tre guerrieri si sorrisero e si abbracciarono.
–D’ora in poi– disse la vetusta donna, –potrai vantarti di aver affrontato la Morte e di averla sconfitta. Pochi possono dire altrettanto. Ora il tuo coraggio sarà molto più grande che in passato, e non molti potranno farti indietreggiare. Inoltre, i miei signori desiderano ricompensarti per il rischio corso per rispondere alla loro domanda.– Porse a Fiona un anello d’argento e d’oro, non lavorato, con una perla incastonata. –Questo mi viene da colei che era qui prima di me, e a lei da quella che l’aveva preceduta. Io ormai sarò l’ultima custode di questo tempio, e non avrò un’erede. Questo gioiello renderà più acuta la tua mente, più pura la tua unione col soprannaturale. Non separartene mai.
Fiona prese l’anello reverentemente, e l’infilò all’anulare destro.
–Vorrei anche darvi un avvertimento– continuò la vecchia. –I vostri nemici porranno un ostacolo sul vostro cammino. Vogliono impedirti di riunirti ai tuoi compagni. Sappi però che le acque e le nebbie celano amici e non solo avversari.
–Cosa significa?…– chiese la ragazza. Ma l’altra non volle dire di più.
Fiona prese coraggio. –Ti ringrazio. Di tutto. Ma vorrei rivolgerti un’ultima domanda… se davvero i tuoi dei conoscono sia il passato che il futuro…
–So che cosa vuoi chiedermi. Ma ciò mi è celato. Un altro ti dirà quello che desideri sapere, non io. Così vuole il destino.
Fiona si rassegnò, delusa. In quel momento, sentirono i loro cavalli nitrire fuori dal tempio.
–I divini fratelli li hanno condotti qui, affinché poteste ripartire senza indugio. Andate. Da voi dipende gran parte della vittoria o della sconfitta.
Partirono, al passo, tra il fragore delle ondate. Scesero fino alla spiaggia, dove le acque spumose lambivano le zampe dei cavalli. Il mare era così grande e forte, così sconfinato. Di là da esso, le terre sanguigne conquistate dagli orientali abbronzati, dove fiori e minareti, passi di danza e occhi ridenti abbagliavano i sensi. E poi, lo stretto dell’Eroe, confine del mondo conosciuto, che chiude il mare come un sigillo imperfetto, lasciando entrare e uscire le acque spiranti del mondo. E al di là ancora… chissà che cosa.
–A proposito– disse Singel improvvisamente, –i miei omaggi, Eolhwyn Hrimnott. Oggi era il nostro giorno del Giro–di–sole, e ce ne stavamo dimenticando.
–I miei omaggi a te, Singel Dellingr– rispose Elviana cerimoniosamente, inchinandosi sulla groppa del cavallo.
–Oggi è il giorno in cui siete nati?– chiese Fiona, sorpresa.
–Sì– mormorò Singel, guardando fisso davanti a sé, perso nei suoi ricordi. –Ho quarant’anni, Rubia. E in tutto questo tempo non ho mai fatto nulla di cui dovermi vergognare, o che potesse dar dolore al mio dio e a coloro che mi amano.
Non sapeva nemmeno lui perché avesse detto quelle parole. Come Fiona non capì perché improvvisamente provasse quella quieta contentezza, quel desiderio di ridere e di piangere. Elviana capiva, ma tacque.
Virdena sembrava quasi posseduta. Arrancava furiosamente per l’aspro pendio, e gli altri le tenevano dietro come meglio potevano. Grazie ad Angela e alle pozioni di Rico stavano tutti più o meno bene, e prima dell’alba Killit aveva fatto una buona provvista di erbe medicinali per lui, arrampicandosi come uno scoiattolo fra le rocce. Tuttavia, non sapevano a cosa andavano incontro: e per quanto fosse necessario, non era meno pericoloso.
Gunnar ansimava leggermente. La cesta di Winke era più pesante del previsto, e per di più il piccolo si agitava, spaventato dall’altezza. Anton gli si portò vicino. –Permettimi, capo.– Recitò due o tre parole magiche e gli comparve un disco luminoso a fianco.
–In questo modo lo trasporteremo senza problemi fino in cima. Anzi, se qualcuno di voi si stanca, può sedercisi sopra. Quanto a me, l’arrampicata è il mio pane.
Infatti lui e Killit andavano su come capre di montagna. Rico, nonostante fosse quello che i Dwalim nobili chiamano un «rasoterra», ritrovava molto facilmente il passo di generazioni di montanari. Virdena andava avanti come una furia, dimentica di ogni cosa se non di riavere la sua spada. Invece lui, così goffo e pesante!… «È inutile» pensò. «Sono un uomo di mare, non di monti». E probabilmente si sarebbe dovuto entrare di nuovo in caverne chiuse, senza vento… BRRR!
Se non altro, Angela sembrava essere ancor più in difficoltà di lui. Si puntellava sul bastone e cercava di non lamentarsi, ma l’alpinismo non è cosa che s’impara in convento. Dovette salire sul disco trasportatore di Anton, anche per calmare Winke. Stavano sperimentando anche troppo bene che la loro vita non era adatta a un bambino piccolo.
Finalmente, ecco una cavità nella roccia. Sembrava una grotta molto profonda. Dentro, gli occhi di uno Hum e di un Kuduk di paese non distinguevano nulla. Virdena puntò il dito. –Lo sento. Il richiamo è forte. Dobbiamo passare da qui.
–Madre Terra ce la mandi buona– deglutì Gunnar.
–A questo punto passo io in testa– disse Rico, deciso. –Vi guiderò senza pericolo di perderci. La mia razza ha un istinto infallibile.
Angela guardava il volto spiritato di Virdena. Diventeremo tutti così? Fa paura. Sembra davvero che NON POSSA STARE senza la sua arma. È giusto avere un simile bisogno fisico di un oggetto materiale? È necessario che sia in questo modo?
Dio –che sia il mio o il loro– saprà quel che fa.
Accesero le torce e si avventurarono dentro. Il disco magico era svanito, e Gunnar prese di nuovo in spalla Winke.
C’era un buio pesto, che le fiaccole rischiaravano appena. Anche il silenzio era totale. A un tratto sentirono il piccolo strillare. Un lampo biancazzurro scaturì dal sigillo che Angela aveva posto sulla cesta, e sentirono un liquido strisciare e un orribile puzzo di bruciato. Si volsero, armi in pugno.
Davanti a loro giaceva la carcassa di un enorme bruco, che fumava e mandava ancora scintille. E un altro torreggiava su di loro, furioso per l’uccisione del compagno. Fece scattare verso di loro i lunghi peduncoli ondeggianti.
Rico gli scagliò contro la sua accetta, colpendolo in pieno. L’essere s’impennò per il dolore. Ma alcuni viticci gelatinosi andarono a segno. Gunnar si ritrovò bloccato, senza poter muovere un muscolo, e la creatura andò dritta verso di lui.
–AYA PHROS ANTHAES MAHT!
Un getto di fiamme scaturì dalle dita di Virdena e carbonizzò la creatura, che cadde a terra contorcendosi. I Sei tirarono un respiro di sollievo. Mentre Angela si occupava di neutralizzare il veleno che paralizzava Gunnar e di ristabilire la protezione di Winke, Anton si avvicinò curioso alle due carogne. Si stavano liquefacendo, con una puzza orribile, e mostravano di avere qualcosa nello stomaco… guarda un po’! Un sacco di monetine e una statuetta di marmo! Niente male, i mostri! La figurina bianca era di una grazia tenera e affascinante. Decise che se la sarebbe tenuta. Raffigurava una fanciulla con strane vesti e una sottile spada…
I soldi, invece, erano di scarso valore. Oh, be’! Tanto se li divideranno loro!
Gli orchi doloranti riempivano la caverna di gemiti. Khiza faceva del suo meglio per alleviare le loro sofferenze, ma anche quando ci riusciva il dolore che infliggeva loro era quasi pari a quello delle ferite. Questo era il potere donatogli dagli dei a cui si era votato: poteva guarire, ma solo a prezzo del suo dolore e di quello degli altri. Perché meravigliarsene, del resto? Essi si compiacevano di far soffrire la gente.
Khiza stesso era figlio del dolore e della violenza… di una donna Hum brutalizzata da un orco durante una scorreria, e poi morta nel dare alla luce un figlio così grande. L’aveva spesso invidiata, negli anni in cui era cresciuto fra la paura, la pietà, il disgusto e il disprezzo di quel branco di pecore. Se questa è brava gente, era giunto a pensare, meglio essere cattivo. Se è questo che pensano di me, non li deluderò.
Così era andato a cercare la gente di suo padre. Li aveva trovati, pochi, stupidi, sparuti, e li aveva raccolti e organizzati. Aveva imparato perfino ad amarli. E per difenderli e completare l’opera, si era offerto al servizio di Oder e Iorath, di cui aveva sentito pronunciare il nome con terrore…
Essi l’avevano ascoltato. Gli avevano dato il potere. E come segno della loro benevolenza, gli avevano inviato quel ripugnante esserino che ora grugniva insoddisfatto rimirando la spada rubata. Un messaggero fra lui e loro, la cui vita era la sua… una catena che non poteva spezzare e che si pentiva amaramente di aver desiderato.
–Dovremmo attaccarli!– sibilò velenosamente il piccolo demonio.
–Non finché saremo così deboli e pochi!– gridò Khiza esasperato. –Ci distruggerebbero in un baleno… e cosa riporteresti ai tuoi signori? Tanto, se per loro quella spada è importante come dici, di qui non se ne andranno. Potrebbero perfino tentare di venire a riprenderla… e allora ci penseranno le creature del sotterraneo a indebolirli.
La creaturina parve acquietarsi, rimuginando. Khiza si sentì prendere da una collera sorda e sconfortata.
Ora capisco la differenza tra il male come lo intendono gli uomini e quello vero. Quello vero è LUI… sono LORO! I miei compagni sono solo infelici e stupidi, e io… io non so cosa sono, ma certo non arrivo al suo livello. Se fosse vero il mito? Quello che dice che nessuno è malvagio di per sé? Cosa significherebbe per me? Potrei forse liberarmi della mia servitù disgraziata?
I TUOI signori, ho detto. Non i NOSTRI.
Significa che una parte di me ha già scelto, anche se non lo so ancora?
–E questo cos’è?
Un essere informe e puzzolente era emerso dal muschio e dalla sporcizia e cercava di agguantarli con escrescenze simili a lunghe fruste. Era così disgustoso che faceva schifo anche a colpirlo.
–Dev’essere lo spazzino degli orchi– strillò Killit, schivando per un pelo il tentacolo. –Mangia la loro immondizia! BLEAH!
–Non vi fate toccare! Potrebbe essere infetto!– avvertì Angela.
–Non mi farei toccare da quel coso neanche se fosse la condizione per andare in Paradiso! UGH!– fece Anton, scattando di lato.
–Togliamocelo di torno e basta!– gridò Virdena. –AYA PHROS REHAR BASTHARAND!
Il fuoco esplose dalle sue mani investendo in pieno il mostro e facendo schizzare per tutta la cava repellenti pezzi di materia in fiamme. Ma riuscì solo a farlo arrabbiare di più.
Gli altri gli diedero addosso con le armi.
Killit mise a segno un colpo da maestro, conficcando la spada in un tentacolo. Anton venne proiettato all’indietro mentre schivava, e perse l’equilibrio. Anche Angela non riusciva ad andare a segno. E Gunnar era impacciato da Winke: ma piazzò ugualmente una bella botta. Il mostro però si muoveva ancora. Afferrò Angela e la sollevò da terra. Lei gridò di dolore e di paura.
L’ascia di Rico si piantò nel lurido corpo. L’essere si afflosciò come un mucchio di stracci sporchi, lasciando andare la ragazza, che cadde con un tonfo.
–Stai bene?– le chiese Rico, mentre le accorrevano accanto.
–Non lo so… credo…
–No. Non stai bene– disse Anton, serio. –Il mio maestro mi ha insegnato a riconoscere i morbi. È meglio che ti curi.
Angela obbedì. Intanto, gli altri si guardavano intorno. La grotta sembrava chiusa da ogni parte, ma si erano già trovati in una situazione simile, ed erano troppo furbi per cascarci.
–L’ho trovata– disse Virdena, improvvisamente calma. –Qui c’è la porta. E quella stalattite dev’essere il congegno per aprirla. Svanthrudhr è dall’altra parte. Lo SO.
–Insieme ad almeno sei orchi armati, forse molti di più. E a quel piccolo demonio– commentò Gunnar, cupo. –Possiamo sconfiggerli, se non sono troppi… ma non ne siamo certi. E se qualcun altro di noi venisse avvelenato, potremmo non riuscire a salvarlo.
Angela rabbrividì a un tratto mentre si alzava dolorante. Chiuse gli occhi per un attimo. –Io sento… qualcosa. L’onda è instabile dentro la roccia… non sempre è bene combattere.
–Cosa vuol dire?
–Non lo so. Non posso spiegarlo più chiaramente. Mi è venuto in mente e basta.
–Sarà un suggerimento… dall’alto?– chiese Gunnar a Virdena, incerto. Lei non sembrava molto più sicura di lui. –Se lo è, intuiremo senz’altro come seguirlo. Adesso… per quanti possano essere là dentro… possiamo solamente entrare.
Ad armi sguainate, si raggrupparono intorno alla porta segreta. Virdena premette con decisione la stalattite.
La parete della caverna si separò in due come il sipario di un teatro. Dietro, allarmati, quattro o cinque orchi feriti più o meno gravemente… e Khiza, che all’aprirsi del passaggio si torse su se stesso estraendo due spade.
Erano pronti a tutto per riavere Svanthrudhr. Ma quello spettacolo li fermò. Khiza era l’unico che fosse in grado di combattere. Gli altri erano troppo malconci. Non potevano essere così crudeli e sleali.
Non sempre è bene combattere… Angela parlò a voce alta e chiara. –Rendeteci la spada. Non vogliamo farvi del male.
Khiza esitò. Si era aspettato un attacco spietato. Ma il demonietto sorprese tutti scoppiando in una lunga risata agghiacciante. –Bene… suppongo che qui dobbiamo separarci, mio caro Mezzo–Mostro. Mi spiace per te, ma i mocciosi devono essere eliminati. Grazie per averli attirati in trappola… e confortati pensando che ti sei sacrificato per la causa.
Schioccò le dita. E a un tratto le pareti della grotta parvero prendere vita. Emisero enormi mani a quattro dita, braccia possenti, gambe smisurate. In men che non si dica, fra le urla degli orchi, due informi giganti rocciosi empivano la stanza toccando il soffitto con la testa, schiacciando i feriti. Un urlo silenzioso colmava le bocche enormi e gli occhi vuoti, e i grandi pugni si muovevano a casaccio nell’aria, sbriciolando tutto quello che trovavano. Sghignazzando, il diavoletto volò verso il foro per l’aria al centro della volta, sollevando la spada. –Addio.
Virdena estrasse fulmineamente l’arco, anche se sapeva che non avrebbe fatto in tempo a incoccare una freccia. Ma prima che potesse provarci, la spada di Khiza si conficcò nella roccia, passando da parte a parte la creatura infernale.
L’essere spirò con un repellente rantolo. La spada cadde a terra ai piedi dell’uccisore.
Il Mezzo–Mostro era piegato in due dall’agonia. Uccidendo il compagno datogli dagli dei aveva rischiato di morire lui stesso. Ma non gli importava: si era liberato dalla signoria di quei traditori. Raccolse Svanthrudhr e la lanciò a Virdena.
–Uniamo le nostre forze!– gridò. –Dichiariamo tregua… e combattiamo insieme contro questi esseri prima che distruggano la mia tribù!
Non c’era molto da dire. In sette si lanciarono all’attacco, mentre gli orchi terrorizzati si radunarono tremanti in un angolo.
Virdena gioiva di avere di nuovo in pugno Svanthrudhr. La rivolse sui giganti, invocando a gran voce il nome di Ayraya, facendoli schiacciare dal ghiaccio. Non caddero, ma vacillarono.
Khiza si stupì. Questo era il potere della spada? Ecco perché LORO la volevano. Ma qual era la loro intenzione?
All’improvviso si sentì male. Gli occhi gli si annebbiavano, le forze lo abbandonavano. Cercò con sforzo di sollevare la spada che d’improvviso era diventata di piombo. Un pugno immenso lo investì al corpo gettandolo contro la parete della grotta. Ricadde a terra pesantemente. Prima di sprofondare nel buio, ebbe il tempo di comprendere che questa era la vendetta dei padroni verso il loro schiavo ribelle.
L’altro mostro si abbatté su Virdena, rompendole quasi la spalla. La ragazza gemette, ma contrattaccò immediatamente. Riuscì soltanto a frustare l’aria. Gunnar colpì invece, e bene, e così Angela. I due mostri ebbero ancora il tempo di vibrare i pugni, quasi schiacciando Rico e Gunnar. Poi uno si frantumò sotto le loro spade, e il secondo sotto le frecce di luce della giovane Aeliph. Rimase un mucchietto di pietre fumanti.
–Non sono riuscito a colpirli neanche una volta– ansimò Rico. –Mi dispiace.
–Io non ho fatto molto meglio di te– rispose Angela dolcemente. Poi si diresse decisa verso Khiza, che giaceva privo di sensi. –Io comprendo, mio signore– sussurrò, inginocchiandoglisi accanto. –Comprendo il tuo messaggio. Quest’uomo non è cattivo, non è nostro nemico. Aiutami dunque a salvarlo.
–Sei sicura di far bene ad aiutarlo?– chiese Anton, ma non si aspettava una risposta. Khiza tornò in sé sputando sangue e sbatté gli occhi, più stupito del fatto che i nemici lo aiutassero che non di essere ancora in vita. Volle parlare, ma riuscì soltanto a farfugliare qualche sillaba senza senso.
Gli orchi ancora vivi stavano ammassati dalla loro parte della grotta, senza osare fare un fiato. Angela passò a esaminare gli amici feriti. –Siete più gravi di quel che credessi. Non penso di potervi curare del tutto entro oggi.
–Vuol dire che aspetteremo domani– sorrise Rico, sofferente. –Ormai non credo che ci faranno più del male. E forse le mie erbe potranno dare una mano ai tuoi poteri.
I pugni dei giganti avevano fatto franare la roccia in più punti. Il cunicolo da cui erano passati era ostruito. Avrebbero dovuto trovare un altro modo per uscire. Ma erano troppo stanchi per pensare.
Khiza li osservò prepararsi per dormire. Si accorse che Killit portava qualcosa da mangiare anche agli orchi. Rico si rallegrava perché Winke aveva ricevuto solo qualche graffio quando Gunnar era stato colpito.
Se soltanto avessi conosciuto prima delle persone così! I miei signori dicevano che chi adora i Due è un debole e un egoista… ma se hanno mentito in tutto il resto, perché avrebbero dovuto dire la verità in questo? E se i loro fedeli sono così pietosi verso coloro con cui hanno combattuto, anche Amir e Orel devono esserlo.
Perdonerebbero un servo dei loro nemici come me?
Si sorprese a pensare a Xinthis come non aveva mai fatto prima. E gliene veniva uno sconosciuto senso di pace. Si addormentò così, senza accorgersene, mentre Rico gli fasciava la ferita.
Forse era colpa della lotta affrontata, ma quella notte i sogni tornarono a loro, come quando avevano trovato la Prima Arma. E stavolta erano molto più chiari, ma non altrettanto rassicuranti.
Killit si vedeva chiusa in una cella di pietra, oppressa da una gigantesca onda che le stava a lato e non si abbatteva mai. E non sapeva se le facesse più paura la prigionia o il suo compagno.
Anton aveva la mente piena dell’immagine della statuetta di marmo. Gli girava nel pensiero, la vedeva in tutti i suoi dettagli, con un inquietante senso di totalità, di ineluttabilità, tanto che nel sonno si sentiva come posseduto da uno spirito: e, per la prima volta, non poteva farci niente. Gunnar era agitato: credeva di andare alla ricerca del dio, per chiedergli quando l’avrebbe soccorso, ma non riusciva a trovarlo.
Virdena si lamentava piano: le sembrava di essere di nuovo sulla cima del monte, a parlare col guardiano della spada. E lui, con le sembianze del suo Karo, le chiedeva ancora, seriamente, a cosa avrebbe rinunciato per il bene degli altri. E stavolta doveva scegliere.
Rico vedeva uno sconosciuto, un uomo anziano della sua razza, che lo fissava gravemente. «È mia» gli diceva, «e molti della mia gente la stanno cercando disperatamente. Quando non ne avrai più bisogno, ti prego di restituirla. È necessaria per il bene del nostro popolo.» E lui non riusciva a comprendere.
Angela era in una buia foresta, appoggiata al tronco di un albero. La notte era oscurissima, e la sola cosa che la rischiarava erano i lampi di una tempesta spietata. La pioggia la inzuppava, gelandola fin nelle ossa. Provava paura, dolore, e uno strano senso di compassione… verso chi?
Le parve che una figura camminasse nella pioggia verso di lei. Una sagoma scura, delineata dall’acqua. Dapprima sembrò un vecchio dalla lunga barba bianca… poi si trasformò in una fanciulla dai capelli d’oro, più giovane di lei, con un’espressione infinitamente triste. La pioggia le scorreva in rivoli sulla chioma e sugli abiti, e non si capiva se quelle sul suo viso fossero gocce d’acqua o lacrime.
–Mia quercia– disse, con voce dolcissima, –mia povera quercia colpita dal fulmine, non temere, e non odiare te stessa. L’albero incendiato ha incendiato la folgore, e la consumerà fino a forgiarla di nuovo. E rigermoglierà, più verde di prima, e il tuono sarà suo protettore.
Voleva chiederle cosa significassero quelle parole, ma il gesto e la voce si fermavano a metà, come se quell’istante si protraesse per l’eternità. La fanciulla taceva, fissandola con tristezza e pietà immensa. E l’angoscia si faceva pesante, opprimendole il petto, serrandole la gola.
I sogni del Mezzo–Mostro erano del tutto diversi. I suoi compagni, troppo impauriti per dormire, che non osavano muovere un dito contro i Sei immersi nel loro sonno agitato, lo videro, stupiti, sorridere. E si guardarono l’un l’altro, chiedendosene, mutamente, il perché.
Ore dopo, Gunnar diede la sveglia a tutti. Si alzarono con l’amaro in bocca e si prepararono senza una parola. Non sapevano se il sole fosse già sorto: non entrava neanche un po’ di luce dal cunicolo o dal foro ostruito per l’aria. Rico cambiò le fasciature a tutti. Lui e Virdena stavano quasi bene, ma Gunnar perdeva ancora sangue dal torace. Angela voleva curarlo, ma lui disse che era meglio di no. –Potremmo averne più bisogno in seguito. Dobbiamo scavarci una via d’uscita da qui, e non sappiamo cosa potrebbe succederci.
–E come scaviamo? Con le unghie?– borbottò Anton. –Mi sembra un’idea disperata, capo. Siamo sepolti qui dentro. D’accordo che siamo forti, ma forse uscire di qui è troppo anche per noi.
–Eppure l’aria riesce a passare– osservò Rico. –Altrimenti noi e gli orchi saremmo soffocati. Quindi qualche spiraglio che porti all’esterno ci dovrebbe essere.
–Io so come uscire– disse improvvisamente Khiza alle loro spalle, facendoli sussultare.
Si voltarono tutti verso di lui. Si era rizzato a sedere e li fissava molto serio. –Ci sono vari cunicoli che portano all’esterno. Nessuno è completamente sicuro, ma alcuni lo sono più di altri. Li usiamo per confondere o indebolire quelli che dovessero inseguirci. Non possono essere franati tutti. Se anche uno solo dovesse essere praticabile…
–E perché ci aiuti?– chiese Anton sospettoso, corrugando la fronte.
Khiza si strinse nelle spalle e distolse lo sguardo. –Voi avete aiutato me. Non eravate obbligati a farlo. Voglio ricambiare il favore. Sono ancora debole, ma… posso farvi da guida fuori dalla montagna.
–Ce la possiamo fare da soli– rispose Gunnar, amichevole. –Tu e i tuoi siete feriti. Faresti meglio a occuparti di loro.
–No– fece seccamente il Mezzo–Mostro, alzandosi con fatica in piedi. –Se trovo una via non ostruita, in seguito potrò far uscire anche loro. E poi…– esitò. –Voglio venire con voi. Voglio capire perché mi avete aiutato. Sapete chi servo. Credevo che i servi del bene volessero distruggere i servi del male tanto quanto questi vogliono distruggere loro.
I Sei si guardarono in faccia. –Be’– disse Angela, leggermente imbarazzata, –questo è vero… per certa gente. Ma quelli sono il bene e il male degli uomini, non quelli veri.
Khiza non si sarebbe mai aspettato di sentir dire da una monaca della luce qualcosa di così simile ai suoi stessi pensieri. –Cosa vuoi dire?– chiese, fissandola.
–Io e i miei compagni non crediamo tutti negli stessi dei– rispose con calma la giovane. –Ma crediamo che ci sia qualcos’altro al di là di ciò che la gente pensa. Ognuno ha il suo concetto del bene e del male… e in genere crede che sia bene solo quello che gli piace e gli conviene. Ma molti, credendo in questo bene, hanno compiuto cose orribili. E chi si crede malvagio spesso è più generoso e capace d’amore di loro.
Khiza non sapeva se giudicare quei ragazzi molto saggi o terribilmente ingenui… ma sentiva di voler disperatamente credere loro. –E allora… al di là di questo esistono il vero bene e il vero male?
–No– disse con sua sorpresa Angela, scuotendo con serietà la testa. –Esiste solo il bene. Il male non esiste. C’è solo solitudine e infelicità.
Poi, considerando chiusa la questione, prese a occuparsi del piccolo Winke.
Khiza rimase immobile per qualche istante. Poi annuì vigorosamente due o tre volte. –Voglio accompagnarvi– ripeté.
–Allora vieni– sorrise Virdena. –Due braccia in più possono farci comodo. Ma sarà meglio che Angela ti curi.
Rassicurato, il Mezzo–Mostro si avvicinò a loro.
28.feb2011 @ 12:37
Non ci sono commenti Capitolo XXII
–Dove andate? Eh, eh… dove andate?– Esserini grigiastri, sghignazzanti, emergevano dalle pozze d’acqua fumante e dalle sabbie ribollenti, facendo le viste di voler attaccare il gruppetto che procedeva per quel luogo di desolate esalazioni. Ma l’anziana donna camminava senza dare il minimo segno di curarsi di loro.
–Avanzate sicuri– disse, senza voltarsi, ai tre guerrieri che si guardavano intorno. –Colei che impugna lo scudo delle fiamme e i suoi compagni sono protetti dal potere dei fratelli divini. Le forze che animano questo luogo non vi faranno alcun male.
Dopo ore di cammino, le nebbie sembrarono rinfrescarsi e si diradarono. Sulle teste dei viandanti apparve il cielo stellato, e davanti ai loro occhi un la-go splendente di pura luce azzurra ai raggi della luna. Boschi intorno a perdita d’occhio, e sull’altra riva una grotta grande, profondissima, dove nessun raggio penetrava.
–Deve essere questo– mormorò Fiona. –Siamo all’ingresso del regno dei morti. Perché ci hai portati qui?
–Io sono la serva di un culto che va scomparendo– rispose l’antica voce della loro guida. –Un tempo le divinità della sapienza e della natura erano potenti e adorate in questo regno, ma oggi un nuovo dio ha preso il loro posto e toglie loro i fedeli e il rispetto degli uomini. Pochi si ricordano di loro, e io, che li servo da più di cent’anni, sono fra questi. Essi mantengono tuttavia il loro potere.
Gli dei di cui sono ministra governano la vita e la morte, la luce e le tenebre: hanno potere su questo mondo, il mondo superiore e il mondo inferiore. Scelsero di trarre sapienza da ogni aspetto della terrena esistenza, e furono crudeli come pietosi, padroni del passato e del futuro.
Ma ora si sta avvicinando un tempo in cui nemmeno il loro sguardo può penetrare. Il mondo degli uomini sta cambiando, e i mondi degli dei lo seguiranno. E tutti dovranno scegliere se stare dalla parte della vita o della morte. Ma i miei signori non sanno cosa decidere. Qualsiasi cosa scelgano, dovranno rinunciare a parte del loro dominio. Così hanno deciso di chiedere aiuto a coloro che sono destinati a forgiare il nuovo mondo. E tu, scelta da una potenza più grande di loro, sei una di questi.
–E cosa dovrei fare?– chiese Fiona, sospettosa, mentre i gemelli alle sue spalle corrugavano la fronte.
–Essi hanno deciso di stare dalla parte di quella che si dimostrerà più forte tra la Vita e la Morte. Qui, al confine dei loro domini, esse dovranno scontrar-si. Tu, che sei protetta dalle forze primarie del mondo, incarnerai la Vita.– Indicò col dito ossuto verso il lago, e i tre seguirono il suo sguardo.
Una figura nera levitava, due braccia al di sopra delle acque, specchiandosi nella pura acqua silente. Impugnava una falce nera lucente, e dal mantello sbucava un teschio ghignante. Non si muoveva di un fiato. Attendeva.
–Quella è la Morte?…– chiese Fiona, turbata.
–Non la Morte in se stessa, di cui nessuno può sostenere la vista. È la TUA morte. Tu sei l’unica su cui ha potere, e da te, d’altra parte, può essere sconfitta. Ma dovrai affrontarla da sola, e senza l’aiuto dei tuoi poteri, con le tue sole forze.
–E se perderà… morirà. È così?– esclamò Singel, alterandosi. –E dovrebbe farlo soltanto per aiutare nella loro scelta i tuoi dei? Cosa la obbliga ad accettare?
–Può andarsene, se crede– rispose la vecchia, severamente. –Ma in questo caso avrà vinto la Morte, e i miei signori si metteranno dalla sua parte. Il giorno della battaglia finale, avere un alleato in più o in meno potrà decidere le sorti di tutto. Inoltre, non è questa la prova che ogni guerriero attende? Poter sapere se si è abbastanza forti da sconfiggere il nemico supremo, e con esso se stessi? Tu ti tireresti indietro, di fronte a una simile sfida? E rinunceresti ad aiutare il bene ad affermarsi?
Il giovane si morse le labbra. Elviana, calma, guardava Fiona, che teneva gli occhi fissi sul macabro avversario immoto. –Sei tu che devi decidere.
–Ha ragione– mormorò la ragazza, lentamente, quasi a se stessa. –Non rinuncerò. E non mi tirerò indietro.
Singel la afferrò per un braccio. Lei si volse a guardarlo con occhi decisi e spaventati. Si abbracciarono forte, perdutamente, per qualche istante.
Poi la guerriera riportò lo sguardo sul nemico. Avanzò fino alla sponda, dove leggerissime onde sfioravano i calzari dell’armatura argentea. –Signori delle acque della vita– pregò a fior di labbra –concedetemi di raggiungere il mio nemico, così da poter combattere per il vostro onore.
Mosse un passo, poi un altro. E l’acqua la sostenne, permettendole di avanzare come sulla terra. Fiabescamente camminò sulla superficie del lago, verso la Morte che l’attendeva, a spada sguainata. Anche se avessero voluto, i gemelli non avrebbero potuto seguirla. Si strinsero le mani e guardarono, pregando silenziosamente.
La fanciulla s’inchinò al suo avversario, e la Morte chinò il capo in segno d’assenso. E levò la falce, mentre lei alzava la spada.
Fiona fu colpita immediatamente. Lo scudo e l’armatura sembravano non servire a niente: i semicerchi dell’arma nemica passavano la corazza come burro, e Darelion non si levava abbastanza in fretta. E la Morte non falliva mai. Mentre la giovane guerriera, anche se lottava con tutte le sue forze, mancava ogni tanto il bersaglio, e si indeboliva sempre più. Il sangue che perdeva pareva scorrere anche via dai volti dei suoi compagni, che impallidivano vedendole perdere le forze. Non un rumore, né colpi né gemiti, veniva portato sull’acqua dal vento.
–Non è giusto– disse Singel, –non è giusto non permetterle di usare i suoi poteri.
La sacerdotessa lo guardò in tralice, dura. –Quando si affronta la Morte, lo si fa da soli. Amici e amanti non possono essere d’aiuto, e nemmeno gli dei. Essi, d’altra parte, non devono intervenire in questa battaglia.
Fiona era in ginocchio. Non resisteva più, ma non cessava di guardare le orbite vuote della sua nemica. La falce levata cadde silenziosamente, colpendola al petto. Crollò, con un leggero sciacquio, increspando la superficie del lago.
Elviana e Singel emisero un grido soffocato. Fecero per slanciarsi verso di lei, dimenticando che non avevano il potere di camminare sull’acqua.
–Fermi– li bloccò la vecchia. –Non è ancora finita.
Infatti la giovane si stava alzando, a fatica, puntellandosi sulla spada, un fuoco ardente nelle pupille. Non aveva ancora finito di lottare! Vibrò un colpo disperato, dal basso in alto, dritto contro il teschio e gli occhi rossi della Morte. La colse al naso camuso, spaccandole la testa a metà.
La figura nera si dissolse come una nube stracciata dal vento. Fiona ricadde sull’acqua definitivamente.
–La decisione è presa– disse solennemente la sacerdotessa. –Va’, essere del vento. Per il potere dei miei signori, riporta a noi quella creatura coraggiosa.
Una folata turbinante si levò, scompigliando le vesti e i lunghi capelli bianchi della donna, girandole intorno, e filò poi sull’acqua del lago. La guerriera svenuta fu sollevata sulle braccia di quel vento e portata dolcemente fino a riva, dove la creatura invisibile la depose piano. I gemelli accorsero e le si inginocchiarono accanto. –Non ha usato i suoi poteri per curarsi– mormorò stupita Elviana. –Come aveva promesso. Ma allora, come ha fatto a continuare a combattere malgrado le ferite?… Nessun mortale potrebbe restare in piedi dopo aver perso tanto sangue!
–È vero… tranne che quando si affronta la Morte– disse a bassa voce la vecchia. –Anche gli agonizzanti, anche chi ha perso i sensi e la ragione, continua a combatterla, finché uno dei due non vince. E questa volta lei ha vinto. Una vittoria che non resterà senza ricompensa.– Posò la mano rugosa sul pettorale dell’armatura, mormorando un’invocazione. Il sangue cessò di fluire dalle ferite, e la fanciulla distese il volto, muovendosi leggermente nel sonno.
Singel si sentì delle lacrime negli occhi. La sorella vide, e gli posò una mano sulla spalla.
–Venite, ora– disse l’anziana donna, alzandosi. –Vi condurrò al tempio, e lì passerete la notte. Domani, quando si sarà ristabilita, potrete ripartire, con la benedizione e la gratitudine dei divini fratelli. Essi ormai hanno scelto la parte del bene. Alla fine di tutto, se la Luce vincerà sull’Ombra, il merito andrà anche a costei, per ciò che ha fatto questa notte.
Si avviò. Singel sollevò delicatamente Fiona, e la seguirono.
–Se fosse morta– sussurrò il giovane alla sorella –non so cosa avrei fatto.
–Lo so– rispose Elviana.
Ailatin–I, il Regno al Centro–del–Mondo, ha una struttura dissimile da qualunque altro paese della terra. Il re governa da Aramath, e a lui tutti i reggenti delle varie città debbono obbedienza: ma nulla di più. Ogni centro ha leggi proprie, sistema di governo proprio, e può essere guidato dalle persone più diverse, Reggenti, Podestà, Governatori, Viceré, ma anche capi spirituali o grandi stregoni. Il denaro varia di nome e di valore da una regione all’altra, perché ogni città ha facoltà di battere moneta: e così gli usi, i costumi, le feste e qualche volta perfino il calendario. Inoltre, gli Aeliph, i Dwalim e i Kuduk hanno i loro territori come regni indipendenti, anche se frammentati per tutto il paese: e si considerano alleati, ma non necessariamente, del re degli Hum, al quale non sono sottomessi in alcun modo. Altre razze pacifiche vivono in marche protette che ufficialmente sono tributarie della corona, ma in realtà non meno indipendenti. E anche dove i sovrintendenti della capitale dovrebbero esercitare un controllo, spesso e volentieri esso ha più buchi di un colabrodo. Nelle zone selvagge e disabitate, poi, bande di mostri e predoni ostili proliferano indisturbate, tollerate o ignorate da tutti tranne che dai poveretti che hanno la sventura di passarci.
Gli altri paesi si chiedono come sia possibile che il regno resti in piedi in tanto caos. A dire il vero, in tempi antichi alcuni re provarono a ridurre all’unità e all’obbedienza il reame, ma rischiarono di distruggerlo. Mentre così, in questa assoluta mancanza di regole, esso sopravvive riposando come in un magico e impossibile equilibrio. Alcuni dicono che è la protezione di Amir e Orel a causare questo, e che il mondo un tempo era così, vario, multiforme, ricco e sregolato, e tuttavia in pace. E che così tornerà a essere.
I carri avanzavano con difficoltà lungo la pista carovaniera che attraversava i monti. Il giorno era ancora più radioso del precedente, ma il fresco delle cime di Mushin temperava il calore del sole. L’erba era verdissima, i fiori brillavano.
–Buona Pasqua– disse Angela. –Anche se non è che vi importi…
Stava armeggiando con una cassetta vuota di viveri, cercando di foderarla di stoffa e farne una specie di gerla, mentre il piccolo Winke la guardava incuriosito. Killit, a cassetta accanto ad Anton, si chiedeva cosa avesse in mente, ma non riusciva a non distrarsi per lo splendore e le sorprese di quel paesaggio. Cacciò un urletto, indicando in alto. –Guardate! Guardate! Dei cavalli volanti!
Anton guardò in su, schermandosi gli occhi dai raggi del sole. –Sì, ce ne sono molti branchi alle pendici della Spina di Pietra. D’ora in avanti li vedremo spesso. Sono belli, vero?
Tutti i Sei sorrisero alla vista delle belle creature, così libere e possenti. Ma non c’erano solo loro nell’aria. Altri punti nerastri fendevano il vento, facendo giungere a loro l’eco di stridii lontani. Anton si rabbuiò. –Arpie– disse. –ANCHE loro fanno il nido sulle cime più basse. Ogni medaglia ha il suo rovescio, purtroppo. Dovremo imparare a guardarcene.
–Non solo da loro– gli ricordò Virdena, dall’altro carro. –Questa regione è famosa per i briganti. Non sappiamo cosa potremmo incontrare.
–Credo di aver trovato un modo per proteggere il bambino– li richiamò Angela, mostrando la cassetta. –È un po’ improvvisato, e non dura molto… ma posso mettere un sigillo qui sopra, in modo che chi si avvicina abbia dei guai. Coraggio, Winke… prova ad entrarci.
Il piccolo mezzo–leone studiò il cestino inclinando dubbioso la testa, poi con un saltello ci s’infilò dentro. Due o tre rotazioni di verifica, quindi decise che gli piaceva e si accoccolò soddisfatto chiudendo gli occhi. Angela sorrise compiaciuta. –In città, qualcuno di noi potrà metterselo in spalla… così non si stancherà e potremo sorvegliarlo meglio. Speriamo solo che basti…
–Speriamo davvero– convenne Rico. –Vivere con noi sarà pericoloso. I nostri nemici potrebbero già averci mandato qualcun altro dietro.
–Devono essere loro– disse Khiza il Mezzo–Mostro, guardando giù dalla trincea rocciosa sulla cima del monte, nient’affatto contento.
–Li attacchiamo adesso, capo? Eh? Li attacchiamo?– chiese impaziente uno dei suoi uomini, palleggiando la clava con un gran riso nella faccia brutta e stupida.
–Non ancora– rispose lui, sospirando.
Eccoli qui. Tutta la mia tribù. Stupidi, cattivi e pronti a farsi ammazzare per sete di sangue… e per me. Tutti li odiano. Eppure sono meglio loro dell’altra mia gente che tanto li detesta. Almeno sono sinceri nella loro brutalità. E sono così pochi… e ora coloro a cui mi ero rivolto per proteggerli ci mandano a farci massacrare. È colpa mia. Ma non posso disobbedire.
–Ricordati che i padroni si aspettano che tu abbia successo– ghignò il diav-letto sarcastico al suo fianco.
–Lo so benissimo– ribatté Khiza, amaro. –Aspetteremo che si fermino a far riposare i cavalli, e attaccheremo. Ma i miei uomini sono solo una dozzina, e anche facendo del nostro meglio potremmo essere sconfitti.
–Infatti– ridacchiò il mostriciattolo. –Per questo sono rimasto con voi. Se dovessero calpestarvi, penserò io a compiere la missione e a portare ai padroni quello che vogliono.
Quello che vogliono. Noi siamo solo il mezzo. Sono pronti a sacrificare tutti i loro servitori, tutti quelli che hanno creduto alle loro parole, per raggiungere il loro fine. Ora li vedo per quello che sono. Nemici e amici, tutto sarà distrutto. Sono questi coloro che ho scelto di servire.
Il sole splendeva, gli uccelli cantavano.
Che ci posso fare?
Mangiavano il pane e la carne, ridendo e chiacchierando. Erano tutti di ottimo umore per la bella giornata, e l’aria frizzante di montagna metteva loro appetito. Il mercante stava invece taciturno nel carro, senza dire una parola, con la stessa espressione gelida e accigliata che non si era mai tolto dalla faccia da quando si erano messi in viaggio. C’era da chiedersi se avesse bisogno di mangiare. E infatti Killit se lo chiedeva proprio.
Winke non cessava di guardarsi intorno con occhi sgranati, lanciando versetti di meraviglia e curiosità. Si vedeva che era felice di essere nuovamente libero e potersi muovere. Girava fra l’uno e l’altro dei suoi nuovi amici seduti in cerchio, prendeva la carne che gli davano e la mangiava assorto. Ogni tanto metteva tutte e due le mani in faccia a qualcuno, come per vedere com’era fatto (fra le proteste di Anton) e poi le ritirava ridendo, portandosele alla bocca, e gli altri ridevano con lui. Aveva già i denti, aguzzi come quelli di ogni felino. Ogni tanto partiva ruggendo a caccia di una farfalla, trottava e spiccava balzi, con tutta la gioia di poter correre di nuovo dopo la prigionia… poi si fermava di colpo, il sorriso gli si spegneva, e tornava altrettanto di corsa a rifugiarsi da Rico, mugolando: forse temeva che potessero portarlo un’altra volta via.
Povero piccolo, pensava Angela. Speriamo che un giorno possa dimenticare.
–Dopo Fiorelen– stava dicendo Virdena, –ci conviene andare diritti a sud–est o procedere lungo la costa occidentale, evitando le montagne?
–Ci stavo pensando anch’io– rimuginava Gunnar, massaggiandosi la faccia. –Se seguiamo il corso del fiume Aran fino alla foce, allungheremo la strada, ma poi sarà tutta in pianura. Solo che così saremo in bella vista…
–Se i nostri nemici sono quelli che ci hanno detto– sospirò Rico con rassegnazione –saremo in bella vista dovunque andremo.
Nessuno replicò.
–Decideremo una volta arrivati a Fiorelen– concluse Gunnar, cercando di sdrammatizzare. –Una cosa alla volta. In fondo, fin qui questo metodo è andato bene…
A un tratto Winke cacciò un urlo. Balzò di corsa nel carro e si rannicchiò tremante nella sua cesta.
Shee e Ooth gli fecero eco, strillando, squittendo, dando l’allarme. Anton e Virdena balzarono in piedi, sguainando le spade. Gli altri li imitarono immediatamente.
Gli orchi stavano correndo giù dal fianco del monte, con un urlo selvaggio di guerra, le armi levate. Dietro di loro volava il mostriciattolo messaggero, e li comandava Khiza il Mezzo–Mostro.
L’impatto fu durissimo. Erano più del doppio di loro. Khiza attaccava Gunnar, che gli era sembrato il più forte; Virdena ne aveva addosso tre compreso il diavoletto, che cercava di colpirla col pungiglione. Il mercante gridò, sbucando dal carro: –NON FATELI AVVICINARE ALLA MIA MERCE!
Ma ai nemici non sembrava importare. Combattevano senza staccare gli occhi di dosso agli avversari. Non si comportavano come ladri che cercano di afferrare il bottino. Era più come se volessero uccidere.
Gunnar era stupito. Colui che aveva di fronte si batteva come un vero maestro di spada, non come un brigante. E non sembrava un orco in tutto e per tutto, nonostante le dimensioni. Chi poteva essere?
Uno dei bestioni notò una figuretta tremante dentro un carro. Si avvicinò sogghignante, compiaciuto all’idea di torturare qualcuno più piccolo. Infilò una mano nel carro… ci fu uno scoppio di luce e l’orco fuggì con un urlo spettrale alla maggiore velocità consentitagli dalle gambacce pelose. Meno uno. Ancora tredici.
Angela vide con la coda dell’occhio e si concesse un sorriso. Il sigillo sacro che ho apposto ha funzionato. Peccato che serva una volta sola. Ora dovrò proteggere il piccolo direttamente. Si spostò lentamente fino a trovarsi spalle conto il carro. Virdena se ne accorse e le si portò a fianco. I due orchi cercarono di bloccarla. –Oh, per piacere!– esclamò la ragazza. –YEHODI MORPHUS!
Crollarono entrambi, russando. –E ringraziate che non vi ho ucciso!– L’Aeliph raggiunse in fretta la Hum. –Tieni a bada questi due!– le gridò Angela, affrettandosi a fare un’altra invocazione protettiva su Winke, che mugolava tutto rannicchiato.
Le cose si mettevano male per gli orchi. Anton ne aveva mandato uno a sette braccia d’altezza, Killit sgusciava fra le gambe dei suoi mandandoli a colpirsi l’un l’altro, Rico li tagliava come tralci. Gunnar ne aveva abbattuto uno e ora lottava alla pari contro Khiza, che sudava freddo. Maledizione! Come avevo previsto! Ci stanno uccidendo, e per che cosa? –Maledetto demonio!– gridò. –Non hai ancora mandato a segno un colpo?
Il mostriciattolo si era spostato dietro Virdena, sotto il carro, senza che lei se ne accorgesse. –Ma certo, carissimo!– ridacchiò. Aveva trovato un punto non protetto dall’armatura. Prese accuratamente la mira e colpì spietatamente.
Virdena gettò un grido. Cadde, mentre il volto le diveniva bluastro per il veleno. Angela si rese conto in un istante di quello che era accaduto. Lasciò cadere il bastone e afferrò l’amica fulmineamente…
L’orco alla sua sinistra le sferrò un colpo di clava violentissimo sulla nuca. Perse i sensi e cadde in avanti.
I Sei urlarono di rabbia. Fecero per precipitarsi verso il carro. Sentirono alle loro spalle una voce roca invocare i Portatori di Discordia… e si bloccarono, ognuno nella posizione in cui si trovava. Per quanto si sforzassero, non riuscivano a muoversi. Era stato l’orco dall’aspetto strano! Aveva dunque dei poteri soprannaturali?
–Muoviamoci!– gridò il Mezzo–Mostro. –Prendi quello che devi e andiamocene!
–Quanta fretta…– fece serafico il demonietto. Sollevò con un po’ di fatica la spada che Virdena aveva lasciato cadere. –Mi dispiace di lasciare il lavoro a metà… ma dopotutto cosa ci si può aspettare con strumenti così mediocri? Almeno il più è fatto. I padroni ne saranno contenti.
In fretta, gli orchi rimasti in piedi si caricarono sulle spalle i feriti e corsero su saltando sulle rocce. Il piccolo essere li seguì con la spada.
Di lì a pochi istanti Gunnar, Rico, Killit e Anton riuscirono di nuovo a muoversi. Corsero verso le compagne cadute. Anton avvicinò la mano al volto livido di Virdena. –È viva! Ma come? I segni del veleno ci sono ancora…
–Dobbiamo occuparci prima di Angela, se vogliamo aiutarla– disse Rico concitatamente. Estrasse dalla sua sacca la boccetta di cordiale e la passò sotto il naso della monaca.
Angela tossì e aperse gli occhi. –Cosa… è successo?– Poi ricordò. –Virdena!…
–È qui. È viva. Ma è stata avvelenata.
–Lo so… io… istintivamente ho cercato di curarla… ma non ce l’ho fatta del tutto. Non sono abbastanza potente.– Si tirò su faticosamente ed esaminò la fanciulla svenuta. –Sono riuscita solo a ritardare l’azione del tossico… presto o tardi morirà lo stesso!
–Forse no– fece Rico, cupo. –Restate qui. Killit, tu vieni con me. Se riesco a trovare una pianta disintossicante, la possiamo salvare.
Corse via il più velocemente possibile. Killit gli tenne dietro, spaventata e preoccupata. Winke, sceso dal carro, si accostava ad Angela con occhi lucidi. Capiva che qualcosa non andava.
Gunnar guardò nei carri. Il mercante era sparito. E si era portato appresso tutta la sua roba. Aveva usato la magia per scappare.
Avrebbe potuto aiutarci, pensò con collera. Con tutti quegli oggetti magici a disposizione, avremmo potuto vincere senza nemmeno combattere… invece è scappato e ci ha lasciato nei guai! Maledetto!
–Non aveva tutti i torti– disse Anton con amarezza, quasi leggendogli nel pensiero. –Hai visto anche tu cos’è successo. Non volevano lui. Volevano NOI.
–Hanno preso la spada– convenne il vichingo. –Dovremo recuperarla.
–Non se non salviamo questa piccola pazza. La spada non serve senza la sua padrona.
Parlava quasi con tenerezza, reggendo delicatamente Virdena per le spalle. Angela notò stupita l’espressione del suo volto e le si gonfiò il cuore di compassione. Adesso capisco. Povero Anton!
Dopo molti lunghissimi minuti il giovane Dwalim e la piccola Kuduk tornarono, tenendo alta una pianticella dalle foglie frastagliate. –Questa è un rimedio contro ogni tipo di veleno– ansimò Rico. –Speriamo solo che serva anche contro questo!
In fretta, pestò l’erba con una pietra e la pose sulla ferita, fasciandola strettamente. Cercò di infilare una o due foglie fra le labbra della ragazza, e riuscì a fargliele inghiottire con difficoltà. Poi si alzò in piedi, serio. –Ora… possiamo solo aspettare.
Sedettero sull’erba, torvi. Nessuno aveva voglia di parlare.
Finalmente, quando ormai era buio fitto e l’unico suono era l’ululato dei lu-pi, parve loro, alla luce del fuoco, che Virdena riprendesse colore. Si mosse, mugugnò. Fece per alzarsi, ma il dolore alla spalla glielo impedì. Le si radunarono intorno. –Mi hanno colpita…– disse, faticosamente, guardandoli uno a uno. –Abbiamo vinto noi?– Poi improvvisamente cambiò espressione. Si aggrappò al braccio di Gunnar. –Dov’è Svanthrudhr?
–Presa. L’hanno portata via. Non abbiamo potuto impedirglielo.
–Non deve restare in mano loro– esclamò affannosamente la ragazza, puntandosi su un ginocchio per alzarsi. –Dobbiamo riprenderla! Devo riaverla, subito!
–Calmati– disse il vichingo, cercando premurosamente di aiutarla. –Non stai ancora bene. E poi, non sappiamo dove cercarli. Potrebbero essere ovunque su questi monti. Forse se ne sono anche già andati…
–Io so dove cercarli!– gridò quasi Virdena, con gli occhi spiritati. –Non lo capite? Svanthrudhr mi sta chiamando! E loro sono ancora QUI, perché non riusciranno mai a dominarla finché io sono viva. Anche se la portassero ai loro padroni, sarebbe solo un inutile pezzo di ferro! Ormai devono averlo scoperto! Ci attaccheranno sicuramente un’altra volta per finirmi, quindi tanto vale attaccarli prima noi!
Cercò di calmarsi, li guardò con occhi sofferenti e supplichevoli. –Vi prego.
Un veloce scambio di sguardi.
–Angela… cerca di rimetterla in piedi– disse infine Gunnar. La monaca si affrettò a ubbidire.
–D’accordo. Non abbiamo niente da perdere– continuò il vichingo. –Ma non ora. Domani. Dobbiamo essere nel pieno delle nostre forze, per combattere.
–E Winke?– chiese Killit.
–Non possiamo lasciarlo qui. Lo porteremo con noi. Mi metterò in spalla la sua cesta. Sarà scomodo per lui, ma… meglio che restare solo.
–Apporrò un nuovo sigillo per proteggerlo– annuì Angela.
–Adesso cerchiamo di mangiare qualcosa. E poi dormiamo. Domani ci aspetta un’impresa molto pericolosa.
20.feb2011 @ 17:04
Non ci sono commenti Capitolo Ventunesimo
–Cosa vi è accaduto, signora?– chiese Gunnar mentre lui, Angela e Anton correvano a sorreggere Fedra, che sembrava anche più malconcia di loro.
–Cosa credete? Sono una maga, come avevate certo capito stamattina. E se i miei colleghi sono troppo fifoni o egoisti per fare qualcosa contro quelle schifose creature che infestano la nostra città di notte, io no! Durante il Festival mi faccio un dovere di uscire di ronda a toglierle di mezzo. Stanotte, però, non mi è andata particolarmente bene– concluse, con una smorfia di dolore. –Neanche a voi, però, vedo. Entriamo in casa… ho abbastanza medicamenti per tutti.
Salì zoppicando gli scalini, e bussò alla porta in modo strano: un codice, evidentemente. Un uomo anziano aprì, ed emise un grido di sorpresa.
–Signora! Di nuovo! Non eravate mai tornata a casa in questo stato prima! Quante volte dovrò dirvi che non è appropriato esporsi a questi rischi? E questa gente?
–Miei ospiti, Gaspare– rispose la giovane studiosa con un sorriso di calma rassegnazione. –Persone che hanno corso rischi anch’esse, stanotte. Per favore, fai preparare la cena anche per loro e delle camere. Spero che abbiate provveduto ad accendere il fuoco in salotto.
Il servitore s’inchinò rispettosamente, anche se con un’aria leggermente contrariata, e si allontanò.
–Venite pure– riprese Fedra, entrando in casa. –La mia servitù prepara sempre unguenti, vestiti puliti e acqua calda per quando rientro dalle mie “missioni”… e sono tanto pazienti da aspettarmi a volte per tutta la notte. Per fortuna, quando non è periodo di Festival quelle creature sono molte di meno, così devo uscire solo un paio di volte al mese. Rimettiamoci in sesto… poi mi racconterete la vostra avventura. Ho intravisto qualcosa di fantastico, mentre venivo qui, ma voi dovete certo averlo visto meglio di me.
Nella profonda caverna dove filtrava poca luce del giorno, uno strano personaggio leggeva attentamente una lettera leggermente stracciata agli angoli, con una lieve smorfia sul volto. Lì accanto, un mostriciattolo sogghignante si librava in volo, attendendo la risposta.
–«Passeranno sicuramente per il passo di Mushin. Tu e la tua banda appostatevi ai valichi e attaccateli. Ci hai sempre servito bene, e sai che non puoi fallire se desideri che continuiamo a proteggere la tribù. Potete far di loro quello che volete, purché la giovane Aeliph sia uccisa e la sua spada inviata a noi. Addio». Addio davvero– esclamò rabbiosamente, accartocciando il foglio. –Dovrò ancora una volta far uccidere molti dei miei per obbedire a loro. Dicono di proteggerci, ma per loro siamo solo strumenti, e non gli importa se il nemico contro cui ci mandano è più forte. Questa gente non sarà il massimo… ma è la mia.
–Allora cosa devo riferire?– stridette l’esserino. –Hai intenzione di rifiutare?
–Sai bene che non posso, razza di piccolo orrore repellente. Va’ e di’ loro che saranno obbediti.
–Repellente per chi?– ghignò quello. –Neanche tu, mi pare, sei esattamente una bellezza, caro il mio Khiza.
E volò via, lasciandolo solo nell’ombra a riflettere sulla decisione presa.
Fu una meraviglia lavarsi e infilarsi qualcosa di pulito, dopo quella brutta avventura. Il maggiordomo di Fedra del Pher portò anche abiti suoi, per i ragazzi. Rico e Killit, ovviamente, dovettero arrangiarsi, ma lungi da loro lamentarsene. Poi passarono in salotto, dove in un camino enorme bruciava un fuoco da incendio. Sedettero su divani morbidissimi, sprofondando della metà. Fedra aveva indossato una soffice veste da camera grigioperla. Le raccontarono nei particolari quello che era accaduto.
Lei annuì, pensierosa. –Sì, avevo visto anch’io qualcosa dello scontro, ma non riuscivo a crederci. Quelli grandi sono molto rari. Temo che ne abbiate causato voi la nascita, attaccandoli con la luce. Quelli che non sono morti si sono riuniti per proteggersi. Siete stati fortunati a cavarvela. Quanto al drago… sì, è raro anche che vengano in città, ma sapevo che ogni tanto può succedere. Direi che abbiamo assistito a qualcosa di unico.
–Noi l’abbiamo aiutato! Cioè, Anton e Virdena. Il drago stava perdendo, ma noi l’abbiamo aiutato a vincere– disse orgogliosa Killit.
La maga le sorrise. –Sono sicura che ve ne è molto grato.
–Quegli esseri sono stati creati dalla magia?– domandò Gunnar.
–Più o meno. Si nutrono di residui d’energia esoterica, per questo abbondano intorno all’Accademia e durante il Festival. C’è chi crede che nascano come effetto collaterale di magie molto potenti. Quel che è certo è che non è ancora stato trovato il modo di neutralizzarli senza rischio. E qui la gente è così paurosa che non sono mai riuscita a convincere le autorità ad istituire una guardia notturna per scacciarli.– Sospirò. –A volte penso che dovrei cambiare città… ma sono troppo affezionata a questo posto. In ogni modo… come mai stavate venendo a casa mia?
Rimasero imbarazzati. Se lo erano completamente dimenticato. Con titubanza, le spiegarono il problema. –Non possiamo occuparci del bambino. Noi… be’, conduciamo una vita pericolosa e abbiamo dei nemici. Inoltre stiamo facendo un viaggio lungo e difficile. Dobbiamo attraversare le montagne… insomma, visto che siamo stati vostri complici nel liberarlo, pensavamo che poteste prenderlo voi. Sarebbe più al sicuro– disse Gunnar.
–Oh, capisco– fece Fedra, arrossendo di colpo. –Mi dispiace. Andarmene in quel modo… vi sarà sembrato che volessi affibbiarvelo. Avete ragione, la responsabilità è anche mia. Ma vedete bene… anche se sono ricca, corro i miei rischi anch’io. Inoltre sono una persona così distratta che non saprei accudirlo. E poi…– s’interruppe. –Mi dispiace davvero… ma ci sono gravi ragioni personali per cui non posso prenderlo.
I Sei sospirarono, rassegnati. Se l’erano aspettato, dopotutto. E va bene. Si sarebbero arrangiati.
–Però– esclamò inaspettatamente la studiosa, alzando il capo con vivacità –sono comunque in dovere di aiutarvi a garantire la sua sicurezza. E credo di sapere come fare. Voi partite domani?
–Probabilmente sì– rispose Virdena, pensierosa. –Se quello che ho in mente funziona, dovremmo attraversare la Spina di Pietra con qualche difficoltà di meno e giungere a Fiorelen senza troppi problemi. Di là, non sappiamo ancora che direzione prenderemo.
–L’ideale sarebbe che qualcuno potesse portarci a destinazione per magia– concluse Gunnar, sconfortato. –Specialmente per il bambino.
La maga s’intristì. –Purtroppo non sono abbastanza potente per aiutarvi, e i miei colleghi non lo farebbero gratis nemmeno se ne andasse la vita delle loro madri. Però potrei pagarli per voi…
–No, no. Non possiamo chiedervi questo. Ci vorrebbero troppi soldi per tutti noi.
–Comunque voglio esservi d’aiuto in qualche modo. Domattina uscirò con voi e cercherò di trovare qualcosa che possa servire per il problema del bambino. Mi offrirei anche di accompagnarvi… ma non oso lasciare la città in questo periodo. Quei mostri si rigenerano continuamente e potrebbero recare dei danni terribili alla gente. Adesso andiamo a cenare. Poi Gaspare vi accompagnerà nelle vostre camere.
Si alzò e contrasse la bocca. Si era appoggiata sul braccio sbagliato. Curioso, pensò Virdena. È ferita proprio nel punto in cui…
Possibile?
Il giorno dopo furono tutti in piedi di buon’ora. Mentre Angela cambiava le fasciature agli amici e Rico cercava di far mangiare il bambino, Fedra del Pher scese dal piano di sopra, con l’aria di essere molto più rinfrescata e in salute del giorno prima. –Buongiorno, signora– la salutò Gunnar, mentre Virdena rifletteva con un sopracciglio alzato.
–Buongiorno a voi– rispose cortesemente la studiosa. –Bene… possiamo andare. Vorrei avere la possibilità di fare di più, ma cercherò comunque di esservi d’aiuto come posso. Dato che il vostro appuntamento è a mezzogiorno, abbiamo un po’ di tempo per girare il quartiere commerciale.
Uscirono. Era una splendida giornata di sole, le strade erano anche più animate del giorno prima. Quasi non si poteva credere che quella fosse la stessa città della notte precedente, mortalmente silenziosa, rannicchiata nella propria paura, che si rifiutava di prestare aiuto.
–Ogni tanto i mostri grandi possono attaccare anche di giorno– disse Fedra casualmente, –e dovreste vedere allora il caos nelle strade. E tuttavia, nessuno fa niente– concluse amaramente.
Anton stava dietro Virdena, punzecchiandola. –Allora? Me lo vuoi dire cosa riguarda il nostro appuntamento? Cos’abbiamo a che fare con quel tizio di ieri?
–Lo saprai a tempo debito– sorrise serafica la ragazza.
–Ti odio. Lo sai?
–Lo so benissimo– rispose lei, più seria. E non volle dir altro.
Anton si voltò sentendo Rico grugnire. Il bambino era decisamente più vivace rispetto al giorno prima. Si dimenava e storceva la bocca, rifiutando il latte. –Non capisco che cos’abbia– diceva il giovane Dwalim, armeggiando per non farlo cadere. –Ieri gli piaceva.
–Ieri aveva tanta fame che avrebbe ingoiato qualsiasi cosa. Secondo me, è abbastanza grande da essere già svezzato. Prova a dargli un pezzo di carne secca.
–Sei sicuro?
–Be’, i felini in genere sono carnivori. E poi, secondo me, potresti anche metterlo a terra. I quadrupedi imparano molto prima a camminare… mi sa che si agita a quel modo perché vuole muoversi. Poverino, chissà quanto tempo è stato chiuso in una gabbia.– La voce di Anton si affievolì.
Rico non era molto convinto, ma aveva le braccia tutte graffiate dagli artigli del piccolo. Provò a deporlo, reggendolo per un braccino, e gli porse della carne presa dalla sua sacca. Con sua sorpresa, il bimbo tese avidamente la mano e l’afferrò, ficcandosela in bocca con dei piccoli ruggiti di piacere. Poi, mentre mangiava, prese a camminargli al fianco quieto quieto, con la mano nella sua, proprio come un bambino qualunque portato a spasso dalla mamma.
–Ma guarda– rise il Dwalim meravigliato. –Avevi ragione.
–Naturalmente– commentò il ladro con aria di superiorità.
Gli altri guardarono sorridenti la scenetta. –Dovremmo dargli un nome– osservò Angela –visto che viaggerà con noi.
–Giusto– approvò Rico. –Ma confesso che non me ne viene in mente neanche uno.
–Facciamo decidere a Killit– propose Virdena. –Dopotutto, i Kuduk hanno un vero talento per inventare i nomi.
Killit si assunse subito il compito e cominciò a rimuginare. Ogni tanto, quando il bimbo ebbe finito di mangiare, cercava di farsi dare l’altra sua manina, ma lui se l’era infilata decisamente in bocca e se la succhiava con impegno, guardando Rico fisso fisso. Evidentemente lo aveva scelto come “mamma”. Killit era piuttosto gelosa, e mise un po’ di broncio.
Intanto Fedra stava passando da una bancarella all’altra, soppesando e valutando ogni oggetto e discutendo con i venditori. Sembrava molto esperta ed informata su tutti i tipi di merce. Dopo un’ora di trattative, finalmente si convinse, sospirando, a fare un acquisto. Porse a Gunnar un sacchetto di tela.
–Non sono riuscita a trovare niente che potesse servire a proteggere il piccolo– disse, dispiaciuta. –Purtroppo la maggior parte dei congegni di difesa può essere usata solo dagli adulti. Comunque, questa polvere magica dovrebbe aiutarvi a farlo passare per lo meno inosservato.
Gunnar prese il sacchetto con gratitudine. –Ci avete reso un grande servizio, signora.
–Avrei voluto fare molto di più– sospirò la donna, mortificata. –Sono in obbligo con voi per avermi aiutato… a liberarlo, e non cancellerò il mio debito che quando ve ne avrò compensato in modo adeguato.
–Parlate come se il vostro debito fosse molto maggiore di questo– disse Virdena, in tono strano. Gunnar approvò: –Giusto. Quello che avete fatto è più che abbastanza.
Fedra sorrise, a disagio, lanciando uno sguardo alla fanciulla Aeliph. –Be’… ci sono anche i mostri che avete abbattuto, nel conto. Ora è meglio che vada… l’ora del vostro appuntamento si avvicina, e forse la persona con cui dovete incontrarvi si inquieterebbe se vi trovasse in compagnia. Addio, dunque. Se mai capitaste di nuovo a Feleus, venitemi a trovare… e fatemi avere notizie del bambino.– Strinse la mano a tutti loro.
Virdena le sorrise con simpatia, dandole la sua. –Grazie di tutto… e non sentitevi più in debito. Anche noi vi dobbiamo la stessa cosa.
Lo sguardo della maga si rassicurò. –Spero che ci rivedremo– disse, in tono d’intesa. E si allontanò, voltandosi ogni tanto a guardarli. –Le persone più gentili– mormorò quando fu lontana, –che abbia mai incontrato in trecento anni. Spero che non si facciano del male.
–Va bene– fece decisa Virdena quando furono soli. –Adesso devo dirvi come stanno le cose prima che arrivi il tipo con cui mi sono accordata.
–Era ora– sbottò Anton. Si radunarono in crocchio intorno a lei. Il bimbo, curioso, cercava di ficcarsi in mezzo come se fosse un gioco.
–Quel mercante con cui parlavo ieri parte oggi diretto a Fiorelen. È lui che mi ha fermata. Ha bisogno di una scorta, perché la precedente lo ha lasciato, e vorrebbe assumere qualcuno per accompagnarlo, visto che il passo di Mushin è noto per essere frequentato da mostri e briganti. Se gli facessimo da guardie del corpo viaggeremmo al sicuro sul suo carro e avremmo una buona paga. E poi il bambino non correrebbe rischi e passerebbe inosservato. Ovviamente gli ho detto che dovevo sentire prima voi.
–Ma perché un mercante d’incantesimi va a Fiorelen?– chiese Anton, sospettoso. –Feleus è l’unica città del regno dove si possa vendere magia…
–L’unica dove sia permesso dalla legge. Ma in molti grossi centri il mercato nero fa un sacco di denari, e Fiorelen ne ha uno molto attivo. Da lì, poi, si dirigerà verso le città dei Dwalim sulla Spina di Pietra.
–Gli hai detto del bambino?– chiese Rico, incerto.
–Sì. non ci sono problemi per lui.
In quel momento l’oggetto dei loro discorsi comparve davanti a loro, sorridendo freddamente come il giorno prima. –Mi auguro che abbiate preso una decisione– disse. La sua voce era strana: non aveva alcun accento, ma sembrava egualmente aliena ed estranea.
Gunnar diede una scorsa alle facce degli amici, e fece un passo avanti. –Certo, abbiamo deciso– rispose. –Accettiamo.
–Bene– si compiacque il mercante. –La paga è di cento denari a testa. Li riceverete dopodomani, all’arrivo a Fiorelen. Partiamo tra un’ora.
–Un momento– intervenne Virdena in tono deciso, portandosi davanti a Gunnar. –La paga va bene, ma preferirei che ci deste subito quell’altra cosa di cui parlavamo ieri.
–È un oggetto di molto valore– obiettò lui, alzando un sopracciglio glabro. –Vale più di quello che guadagnerete fra tutti voi. Non credete di chiedere troppo?
–Servirà anche per difendervi. Meglio saremo equipaggiati noi, e più al sicuro sarete. È nel vostro interesse.
–Anche questo è vero– replicò il mercante, in tono neutro. –E poi, posso sempre detrarvelo dal salario.
Gettò loro un oggetto lungo, avvolto in un panno, e voltò le spalle. –Seguitemi.
Gli tennero dietro, un po’ interdetti. Virdena aveva afferrato l’oggetto. –Cos’è?– chiese Angela.
Virdena tolse il panno sorridendo. Aveva in mano un bellissimo bastone da combattimento ornato di borchie di bronzo. –Per te– disse compiaciuta, passandoglielo. –Eri l’unica di noi a non avere ancora un’arma magica.
La monaca era letteralmente senza fiato. –Ma… una cosa così preziosa? È magnifico, però… sei sicura?
–Non preoccuparti– rispose la ragazza con aria furba, strizzando l’occhio. –Non bisogna mai credere a quel che dicono i mercanti. E poi, scommetto che ce l’ha GIÀ dedotto dalla paga!
Due carri li aspettavano poco fuori città. Virdena si mise alla guida dell’uno, Anton dell’altro. Erano stracarichi di aggeggi misteriosi, con qualche pacco di vettovaglie. Nella parte posteriore del primo prese posto il mercante, Angela e Rico sul secondo, cercando di fare un po’ di spazio per il bambino, e Killit montò a cassetta, voltandosi a guardarli. I cavalli furono attaccati dietro, mentre Gunnar si dispose a cavalcare a lato della piccola carovana.
Così lasciarono Feleus e voltarono a sud, verso il passo di Mushin e Fiorelen. Il sole si avviava pian piano al tramonto in un pomeriggio dorato. Fu solo mentre calava che Killit ebbe un sussulto e li richiamò con gran gesti entusiasti.
–Ho trovato il nome! Ho trovato il nome per il bambino!– esclamò, esultante. –Lo chiameremo Winke!
Era una sera quieta, ovattata, piena di acque e di nebbie. Le tre figure a cavallo avanzavano in un paesaggio diffuso di strani vapori sulfurei, di rumori di sabbie ribollenti e correnti calde. Sembrava un altro mondo, forse uno di quelli a cui si può accedere con il sogno.
–Dove siamo?– chiese Elviana.
–Direi poche miglia a ovest di Novalian. Questo è il luogo dove, secondo i più antichi abitanti della provincia, si svolse in tempi remotissimi una battaglia fra dei e semidei. Dicono che la violenza della guerra rovinò il posto per sempre. E da queste parti– disse Fiona guardandosi intorno –dovrebbe esserci il lago incantato accanto al quale dicono che si apra l’ingresso all’oltretomba.
Parlava piano, quasi con un timore reverenziale, per non spezzare la quiete altissima del posto. Gli zoccoli dei cavalli che andavano al passo non facevano quasi rumore. Cavalcavano immersi ognuno nei propri pensieri.
–Sembra quasi di essere a casa– disse Singel a bassa voce, e ciononostante le sue parole parevano rimbombare in quel mondo ovattato. –I boschi del nostro paese sono sempre carichi di umidità, freddo e nebbia… e vi si sentono presenze quasi sacrali. Noi crediamo che sia così che si manifestano gli dei. Ma lì tutto è più verde… più fitto… più raccolto, più interno. Qui al sud il calore fa sbocciare, ma brucia…
Parlava con grande nostalgia. Fiona lo guardò, malinconica. –Desideri tornarci?
–Molto. E vorrei che tu lo vedessi.
–Forse non sarà possibile– mormorò la giovane, chinando la testa. –Voi andrete via appena compiuta la vostra missione. Io invece dovrò andare avanti verso qualcosa che non conosco. È al calore che appartengo, ed esso mi farà sbocciare o mi brucerà. Voi siete del nord, di altri dei, della nebbia e del freddo. Ci conosciamo solo da una decina di giorni… eppure a volte dimentico che dovremo presto separarci.
La tristezza della sua voce diceva ciò che la parola non riusciva a dire. Ci dimenticheremo l’uno dell’altro. Tornerete ai vostri amici, alla vostra vita. E in fondo, che diritto ho di volere che sia diverso? Di chiederti di restare? Dopotutto non so nulla di te, se non col cuore. Non so com’è stata la tua vita. E non so nemmeno cosa pensi di me ora. Come se io sapessi quel che penso, poi…
Ma so che soffrirò. Che mi sentirò terribilmente sola. Di nuovo. E molto più di prima.
Singel si sentì stringere il cuore allo stesso modo del suo. Non sapeva cosa dirle, come consolarla. Elviana prese il suo posto e parlò, con voce ferma.
–Abbiamo scelto di servire gli dei di nostro padre– disse –perché nostra madre ci ha insegnato che non è importante chi si sceglie, ma cosa. E che la verità resiste anche mescolata alle macchie di cui molte divinità si ricoprono, ed è uguale per tutti, al di là delle differenze. Il cuore di un Aeliph è fermo e immutabile, e non recede mai dalla sua scelta. Quello di uno Hum sembra ondeggiare e sperdersi in balia della tempesta, ma quando si è ancorato in un luogo difficilmente se ne svelle. E noi li abbiamo entrambi, Rubia, figlia di Urim.
Quel discorso non aveva niente a che fare con quello di prima, eppure Fiona si sentì stranamente sollevata dalle parole dell’amica. La guardò con rispetto. Sembrava che la giovane bruna riuscisse sempre a scrutare nel suo cuore più a fondo di lei stessa.
Il luogo antico echeggiò. –Fermatevi.
I cavalli si bloccarono da soli, prima che loro tirassero le redini. Una sagoma emerse a poco a poco dalla nebbia, sul loro cammino. La voce antichissima che aveva parlato apparteneva a una vecchia vestita di un lunghissimo abito candido, una luce di follia e saggezza negli occhi, i capelli bianchi lunghi e spettinati trattenuti da lunghe bende. Dava l’impressione di avere centinaia di anni, eppure mostrava un vigore più che giovanile. Li fissava, con un’espressione dura nel volto rugoso.
–Se tu sei la fanciulla che possiede il potere del fuoco– disse ancora, rivolta a Fiona, –ho qualcosa da chiederti, in nome dei miei signori.
–Sono io– rispose la giovane, avanzando. –Sono colei che è stata scelta da Amir, e questo è Darelion, lo scudo delle fiamme. Cosa desideri da me?
–Seguitemi e lo saprete. Lasciate qui i vostri cavalli: li ritroverete al ritorno. Non temete: non servo i signori dell’ombra. Non vi accadrà nulla di male.
Si incamminò, svanendo nella nebbia dei vapori caldi. I tre guerrieri si consultarono con lo sguardo, e le tennero dietro.


