- L’Isola Sconosciuta – capitolo 7
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03.apr2011 @ 11:39
Non ci sono commenti Val guardò Karis che se ne andava senza una parola, quasi scappando, senza avere il coraggio di trattenerla. Perché poi? Dopo tre anni che si vedevano appena, l’aveva messa a disagio obbligandola a rivelare fatti del suo passato che aveva il sacrosanto diritto di tenere per sé. Doveva forse abbracciarlo per questo?
E se anche fosse riuscito a farla rimanere lì a parlare e scherzare come quando erano bambini? Entro due mesi sarebbe stato completamente pazzo e avrebbe dimenticato anche quel momento.
E’ questo che mi spaventa di più, dimenticare, fino ad essere vivo e neppure accorgermene. Se solo non avessi voluto entrare nelle Squadre di Superficie…
C’erano moltissime carriere interessanti che avrebbe potuto intraprendere. Forse non era abbastanza intelligente per dedicarsi alla fisica teorica o alla chimica, ma avrebbe potuto benissimo fare altro, qualsiasi altra cosa.
E vivere fino a cent’anni senza aver mai visto cosa c’è appena fuori dalla porta?
No, sarebbe morto comunque, prima o dopo, ma almeno sarebbe morto dopo aver visto il lago, anche se forse non lo avrebbe ricordato.
Aprì di nuovo il libro. Prima, quando lo aveva chiuso di fretta per impedire a Karis di vedere cosa stesse leggendo, aveva spiegazzato una pagina. Con la mano sinistra, provò a lisciarla.
Non era più lì. Si trovava in una camera dalle pareti viola. Un uomo anziano con la faccia giallognola conquistata dalle rughe stava battendo lentamente i tasti di una macchina per scrivere. Rilesse quanto aveva scritto sul foglio, poi lo prese e lo mise sulla pila degli altri che giaceva di fianco alla macchina. Doveva essere l’ultimo, perché l’uomo li prese tutti e li sistemò con le mani.
Val si ritrovò sul pavimento, scivolato dalla poltrona da lettura. Quella sensazione di sudore e di brividi di freddo gli stava ormai diventando troppo abituale. Così come il sapore di nausea nella bocca. Se non altro questa volta l’allucinazione non lo aveva portato fuori dall’Alveare… L’Enciclopedia Medica era pochi passi da lui, aperta sulla pagina irrimediabilmente stropicciata. Non gliene importava niente. Né del libro né di quell’assurda posizione. Forse, l’oblio a cui era condannato non era un destino poi così impietoso. Poi udì i passi e le risate di un gruppo di persone che stava entrando in biblioteca.
Ignorando le vertigini, si obbligò a rimettersi in piedi e a prendere il libro. Lo rimise a posto mentre un gruppo di ragazzi entrava nella stanza. Stare girato verso gli scaffali fingendo di cercare un altro volume gli dava la possibilità di non farsi guardare in faccia. Non sapeva che aspetto avesse, ma doveva essere terribile.
Ecco, non voleva morire così, sotto lo sguardo un po’ disgustato e un po’ pietoso di persone sconosciute. Ma nessuno ha il diritto di scegliere la propria morte
Continua
09.mar2011 @ 13:38
Non ci sono commenti - Karis, finalmente, è un’ora che ti cerco.
Sobbalzando, la ragazza alzò lo sguardo.
Acuto era proprio davanti a lei, con il solito sorriso sgradevole nel volto largo e le mani sudaticce già protese per toccarla. Non c’era modo di evitarlo. Senza pensare, i suoi passi l’avevano condotta verso la sua stanza, in un Corridoio Residenziale, ma era presto e non si vedeva ancora nessun altro.
- Ti posso essere utile? – chiese, sforzandosi di essere gentile.
- Tu sai come puoi essermi utile. – disse lui, passandole una mano sulla guancia.
Karis si ritrasse. Non c’era nulla in Acuto che le piacesse. Né gli occhi lucidi, né il fare sempre tronfio e condiscendente.
- Non credo. Non adesso. – la voglia di essere gentile se n’era già andata.
- Non mi va di restare solo.
- Ci sono le Piacenti, per questo.
- Però io voglio te.
Con un movimento rapido, Acuto le prese il polso e glielo bloccò al muro.
- Questa volta non mi scappi.
Karis sentiva il cuore martellare di rabbia. Non sopportava di essere toccata da quel uomo. Era strano. Per giorni era stata terrorizzata all’idea di trovarsi in una situazione simile. Aveva temuto che il panico l’avrebbe investita. Invece provava solo rabbia. Rabbia che crebbe quando l’uomo avvicinò la bocca alla sua per baciarla. Furente, scattò in avanti, la sua fronte contro il naso di Acuto.
Lui rise e non la lasciò andare.
- Ma bene, piccola Karis. – disse, mentre con la mano libera si tastava il naso – Sai cosa mi piace di te? Tutte le altre idonee sbavano per avere un uomo, tu sei la prima a non volermi. Non ho mai trovato nulla di così eccitante.
Questa volta non poté evitarlo. Acuto venne avanti con tutto il suo corpo, premendola tra lui e la parete mentre la baciava. La lingua viscida tra le sue labbra.
- E adesso andiamo in camera tua. – disse, quando si fu staccato.
La sua mano teneva ancora salda la presa sul polso della ragazza e da lì iniziò a strattonarla verso la porta aperta della stanza di Karis, una decina di metri davanti a loro.
Non si vedeva nessuno. Serena e le altre occupanti di quel corridoio dovevano essere ancora tutte in Sala Ricreativa 33, a farsi assordare dalla musica. Nessuno sarebbe venuta a salvarla. Forse, non sarebbero intervenute comunque. Una donna idonea non dovrebbe negarsi troppo.
Quel pensiero fece esplodere ancora di più la rabbia di Karis. La mano libera volò verso il viso di Acuto, con le unghie dirette verso i suoi occhi, mentre nello stesso istante torceva il polso, per liberarlo.
Era più alta delle donne e di molti uomini dell’Alveare e a volte aveva constatato di essere più forte. Si stupì lo stesso quando vide Acuto ritrarsi e allentare la presa. Senza controllare quale era stato l’effetto preciso del suo colpo, scattò in avanti. Camera sua era solo a cinque passi di distanza.
Furono i più lunghi di sempre. Fece in tempo a sentire l’uomo urlare, poi iniziare a muoversi verso di lei. La ragazza, però, era già oltre la porta, che chiuse con foga. Le dita incespicarono nella serratura. Un’unghia le si spezzò nello sforzo di girare la chiave, ma alla fine scivolò a terra, premendo la fronte contro la porta chiusa.
Fuori, Acuto tirava calci e pugni.
- Ti avrò! – gridava – Mi senti? Ti avrò, costi quel che costi! Io mi prendo sempre quello che voglio, capito? E non sperare di farmi passare guai! Ho letto i tuoi dati. “Altissima priorità alla riproduzione”. Lo sai che vuol dire? Vuol dire che ti posso avere come e quando voglio!
Continuò ad urlare e a picchiare a lungo, finché non si udirono altre voci e altri passi lungo il corridoio.
- Ti avrò! Non puoi scappare! – gridò un’ultima volta, prima di andare.
Solo quando il silenzio ebbe di nuovo preso possesso della camera, la paura invase Karis. Arrivò con rapidi singhiozzi convulsi e lacrime che le gonfiavano gli occhi per lo sforzo di uscire più in fretta. Senza sapere come, si trovò rannicchiata a terra, con la testa tra le mani, soffocata dal suo stesso pianto.
Non puoi scappare!
Non poteva. Acuto conosceva le sue abitudini, i suoi orari. Presto o tardi l’avrebbe di nuovo trovata sola e questa volta sarebbe stato più deciso. Alla fine, nessuno avrebbe capito cosa lei trovava da ridire nelle attenzioni di un ingegnere dal perfetto patrimonio genetico e un ottimo QI. Se ne avesse parlato con qualcuno, magari un medico della mente, le avrebbero consigliato di farselo piacere. In fondo, si trattava di dargli forse un’ora della sua vita.
A fatica si rimise a sedere, contemplando i pochi metri cubi che conservavano la sua intimità. C’era il letto con il lenzuolo giallo che le avevano regalato Serena e le altre amiche, il comodino che conteneva le tute di ricambio e gli asciugamani. Sopra, un contenitore per l’acqua e un bicchiere. Le pareti le aveva volute azzurre, con appesi i disegni dei fiori che aveva studiato. Da quando, tre anni prima, aveva lasciato la Cella d’Infanzia per avere una stanza tutta sua, aveva amato quei muri azzurri e il silenzio che custodivano. Adesso le sembrava che volessero chiudersi contro di lei fino a schiacciarla.
Continua
18.feb2011 @ 16:46
Non ci sono commenti Mentre si allontanava dalla biblioteca, Karis si sentiva come se avesse bevuto due bicchieri di bevanda fermentata. L’aveva provata una volta, ad una Festa della Fondazione, e ne aveva avuta le stessa sensazione di testa che girava e terreno ondeggiante.
Le notizie portate da Val erano troppe per essere assimilate tutte in una volta. Una struttura che volava, una nave che portava lo stesso nome di una nave di una sua storia. Uomini sconosciuti senza casco, lassù da qualche parte nel cielo.
Dovette appoggiarsi alla parete del corridoio, chiedendosi vagamente se non fosse stata scortese con Val.
Invece di mostrarsi contenta di aver incontrato un amico della sua infanzia, era quasi scappata. Non da lui, però, ma dalla massa di domande che le sue parole portavano. Domande che erano sempre state lì, in un angolo ombroso della sua mente, quasi quietate.
Negli anni si era quasi trovata delle risposte.
Quasi.
Aveva sentito racconti, leggende, secondo cui dei pazzi vivevano in superficie, trascinando un’esistenza solitaria, perennemente barricati dentro le loro tute isolanti. Ne aveva parlato con i medici della mente che avevano tormentato la sua crescita e loro avevano ammesso che poteva essere vero. Un pazzo, una coppia di pazzi che avevano avuto una figlia e poi, in un rigurgito di saggezza, si erano resi conto di non poter occuparsi di lei e l’avevano lasciata alle soglie dell’Alveare.
La figlia di un pazzo.
La gente pensava a lei così e lei vi si era adattata. Una versione che sapeva impossibile, ma a cui aveva finto di credere per anni. Una versione che non spiegava niente, a partire dai campioni di DNA vegetale. Erano conservati in contenitori diversi da quelli usati nell’Alveare, per non parlare dei geni che contenevano. Piante scomparse dal Tempo delle Catastrofi. Nulla che un pazzo potesse tenere con sé. Nulla che qualsiasi uomo potesse tenere con sé.
Ma se vi erano altre comunità… Sapeva anche quello. Vi erano altri Alveari, il loro, AH231, era stato fondato 107 anni prima a partire da coloni provenienti da AG702, a circa due decadi di viaggio da lì. Una o due volte l’anno giungevano notizie o viaggiatori. Poi c’era Kalantios, dall’altra parte del lago, che nulla aveva a che fare con gli Alveari. Aggressiva e prolifica, Kalantios da decenni cercava di sottrarre loro risorse. Karis, però, sapeva di non poter provenire né da Kalantios né da un altro alveare. Nessuno, né di Kalantios né di altrove viaggiava in superficie senza tute di protezione.
Eppure io ricordo il vento sulla pelle.
Da qualche parte là fuori, sotto il cielo che tutti le descrivevano marroncino, ma che lei ricordava blu, vivevano uomini che non avevano paura del sole.
Continua
09.feb2011 @ 15:56
C'è un commento Val sobbalzò. Non si era accorto che in biblioteca era entrato qualcuno.
- Scusa, Karis, parlavo tra me.
Nulla di male, Karis era notoriamente strana. E bella.
Lo aveva sempre pensato, fin da quando, nove anni prima, nella sua cella era stata introdotta una sparuta bambinetta con una benda sulla fronte. Allora aveva occhi azzurri come li aveva visti solo sui conigli, ma luminosi e mutevoli come nient’altro che lui conoscesse. E poi le storie.
Quando era arrivata, Karis aveva uno sguardo smarrito e il fare tremante. Se le facevi domande dirette diceva di non ricordare niente del suo passato, ma i suoi occhi azzurri erano pieni di storie. Favole in cui il cielo era azzurro e l’erba verde, storie di tanto tempo fa, di prima del Tempo della Catastrofe. Le istitutrici la sgridavano, dicendo che erano inutili menzogne, ma quando spegnevano la luce della cella per farli dormire, Val si inginocchiava sotto il suo letto, pregandola di raccontare ancora.
Adesso si era fatta una fanciulla troppo alta e magra e gli occhi azzurri sembravano virare al grigio.
- Cosa ci fai qui a quest’ora? – chiese Val, per non sembrare strano col suo silenzio.
- Cercavo un libro, e tu?
Il ragazzo girò l’Enciclopedia Medica in modo che non si leggesse il titolo.
- Ne ho trovato uno.
- Eri anche tu fuori, oggi? Ho sentito qualcuno borbottare che è successo qualcosa di strano. - Non sembrava davvero interessata, una frase detta solo per far conversazione.
- Ho pensato alle tue storie, oggi. C’è davvero qualcuno là fuori, oltre a Kalantios e a noi. Ho visto una nave volante, sulla fiancata portava la scritta “Isola sconosciuta”
- Una nave volante? –
Questa volta aveva catturato tutta la sua attenzione.
- Si, una nave è una struttura fatta per galleggiare sull’acqua. Quella galleggiava sull’aria e c’erano uomini sopra, che combattevano contro quelli di Kalantios.
- Mi stai prendendo in giro.
- No! Non hai sentito? Tutto l’Alveare ne sta parlando!
Lei scosse il capo, confusa.
- Conoscevo una storia, una volta, su una nave chiamata Isola Sconosciuta. – disse, quasi tra sé.
- Raccontamela!
Quando erano bambini, nelle storie di Karis Val riusciva a dimenticare qualsiasi cosa. Riusciva quasi a sentire sulla pelle in calore del sole, del tempo in cui era amico. Ora teneva la mano sinistra premuta contro la coscia per timore che si girasse per sbaglio e nessuna favola al mondo gliela avrebbe portata via. Eppure perdersi, sognare, anche solo per un momento…
- D’accorto. – accettò lei, dopo un istante di esitazione.
Si sedette su una delle poltrone e cominciò:
- E’ una storia di tanto tempo fa, di prima del Tempo della Catastrofe. Allora il cielo, la terra e le acque erano amici e gli uomini solcavano il mare, che è come un immenso lago quasi senza fine. Cercavano terre sconosciute dove trovare materie prime, tesori sconosciuti e nuove popolazioni da asservire ai propri governanti.
Arrivò un giorno, però, in cui tutte le terre sembravano essere state trovate. Le navi andavano e tornavano sicure su rotte stabilite, portando notizie e beni. Un uomo, tuttavia, non era convinto che non ci fosse ancora nulla da scoprire. In realtà quest’uomo non ne poteva più di vivere dove stava, sotto un governante che riteneva ingiusto. Così andò dal governante, che si chiamava re, e lo pregò di dargli una nave, una sola, per cercare un’isola che fosse ancora sconosciuta. Il re acconsentì.
L’uomo, dunque, partì con la sua nave, che non aveva nome. Viaggiò a lungo e toccò molte terre, ma nessuna di esse era sconosciuta. Tuttavia, ovunque lui arrivasse, trovava persone che come lui non erano soddisfatte della loro vita e volevano andare altrove, a cercare un’isola sconosciuta dove iniziare un’esistenza migliore. L’uomo le accettava tutte sulla sua nave e insieme riprendevano la ricerca.
Alla fine, però, fu chiaro che non vi erano terre inesplorate. Le persone che stavano sulla barca si guardarono l’un l’altra e compresero che non avrebbero mai realizzato il loro sogno. Compresero anche che lì, sulla nave, erano felici.
Allora smisero di cercare e diedero alla nave il nome di Isola Sconosciuta, perché quello per loro era diventato il luogo che stavano cercando. Un posto dove essere felici.
Val rimase a guardare Karis anche dopo la fine della storia. Mentre parlava, il volto della ragazza si era illuminato tutto, gli occhi si erano fatti sfocati, come se non stessero guardando nulla, ma erano del colore intenso che lui ricordava.
Solo quando il suo silenzio stava per diventare imbarazzante, disse:
- Come le sai, queste storie?
Karis scosse il capo.
- Non lo so. Io… Ricordo poco di quello che facevo prima di arrivare qui. I medici mi hanno detto che forse è per via della ferita alla testa, o di un trauma. Però ci sono cose, parole, immagini, che mi fanno ricordare le storie. Non mi vengono in mente tutte in una volta. E’ il ricordo di un ricordo, non so se mi spiego. Sento una voce di uomo che racconta e io devo solo ripeterne le parole.
Val, che la conosceva da anni, vide che era imbarazzata, continuava a girarsi le mani l’una dentro nell’altra. Karis era diventata più alta negli ultimi due anni, ma non era cambiata molto.
- Cos’altro ricordi?
Karis doveva conoscere della superficie più di tutto l’alveare insieme.
Lei, però, scosse il capo.
- In realtà niente. Il mio primo ricordo nitido sono le vostre facce, che mi guardavano stupite dai letti della cella. In quel momento conoscevo il mio nome e sapevo che il mio genitore, mio padre, così lo chiamavo tra me, aveva voluto che io stessi lì. Niente altro. Però sognavo… I medici dicevano che erano sogni fasulli. Forse mescolavo la mia fantasia a ricordi semi cancellati.
- Cosa sognavi?
- Perché lo vuoi sapere?
Per non pensare che sto per morire
- Oggi ho visto qualcosa che credevo impossibile e tu conosci una storia sul nome di quella cosa. Sai, io ho sempre desiderato esplorare la superficie…
- … Non facevi che ripeterlo, quando eravamo bambini…
- Appunto. Tu però forse ne sai più di me. Non hai mai desiderato andare nelle Squadre di Superficie? Col tuo QI e la tua resistenza alle radiazioni ti avrebbero preso subito. Dopo tutto è da lì che vieni.
Karis scosse il capo. Era passata alla fase successiva di stress. Con le unghie si tormentava le dita.
- No… Io… Avevo paura che la realtà non fosse all’altezza dei miei sogni.
- Cosa sognavi?
- Cose impossibili. Nubi veloci che lasciano la loro ombra su un prato pieno di fiori. La sensazione del vento sulla faccia, aria corrente, fredda, quasi come uno schiaffo sulle guance. Tu sai che se lo avessi fatto davvero, stare all’aperto senza casco, sarei morta.
- Quella gente sulla nave volante, oggi, non aveva caschi.
Continua
22.gen2011 @ 11:07
Non ci sono commenti Nonostante il nome con cui è nota, è ormai provato che la Mutazione è una malattia di origine neurologica. In nessuno dei soggetti esaminati è stata riscontrata un’alterazione del DNA né ci sono prove che sia trasmissibile per via genetica. Rimane probabile, invece, che sia strettamente connessa con le radiazioni della superficie, dato che circa l’80% dei malati sono persone che lavorano in superficie.
I nuovi studi hanno dimostrato che si tratta di un’alterazione che porta al mal funzionamento di alcune parti dell’encefalo. La malattia si presenta con una serie di allucinazioni sempre più ravvicinate che portano il malato a perdere il contatto con la realtà e quindi alla follia. Nel 70 % dei casi si è notata una correlazione tra sintomi neurologici e cambiamenti fisici, alterazioni della pigmentazione nella pelle, nei capelli o nelle iridi. Le cause di tale correlazione sono tutt’ora ignote.
Nonostante i progressi della scienza, la diagnosi, nei casi di Mutazione, è ancora infausta. Solo l’1% dei malati riesce a convivere con i sintomi e le allucinazioni, mantenendo un salutare contatto con la realtà e continuando a svolgere una vita quasi normale. Per gli altri pazienti, gli episodi allucinatori degenerano in pochi mesi in demenza, spesso legata a tendenze suicide o autolesionistiche.
A causa della difficoltà di gestire malati di Mutazione, fino a pochi decenni fa era usanza abbandonare i soggetti nelle Terre Morte ai primi segni della malattia. Questa barbara usanza era dettata dalla paura che la Mutazione potesse essere contagiosa e dalla diffusa diceria che i Mutati potessero essere pericolosi e in grado di scatenare fenomeni paranormali. Oggi i malati sono seguiti con farmaci psicoattivi fin dove possibile e poi accompagnati ad una pietosa morte che li sottragga alla follia.
La diagnosi è ancora infausta.
Val chiuse il libro. Il sudore delle sue dita si stava rapprendendo a piccole gocce sulla copertina bianca dell’Enciclopedia Medica. Girò le mani all’insù. Quella destra era liscia, un roseo palmo fin troppo affusolato per appartenere ad un uomo. Su quello sinistro la macchia nera si era allargata. Ormai comprendeva quasi tutto il dito medio e sconfinava sull’anulare.
Quanto tempo ancora gli restava?
Il ritorno dal laboratorio all’Alveare si era svolto senza problemi. Forte aveva fatto i complimenti a tutti e Allegro non aveva smesso un istante si prenderlo in giro per il suo mezzo svenimento. Non c’erano state altre visioni.
Si guardò intorno. La biblioteca era deserta, a quell’ora tutti erano ancora a cena, o nelle aree ricreative, dove si stava raccontando della nave volante e dell’assalto dei soldati di Kalantios. Nessuno poteva vedere tremare il più giovane membro delle Squadre di Superficie. Avrebbe messo a posto il libro, si sarebbe sciacquato la faccia e avrebbe potuto tornare con gli altri. Per quanto ancora? Solo 1% si stabilizzava.
Lo sapeva. Lo aveva sempre saputo, come tutti. Su cinquanta operatori di superficie, uno finiva mutato. Mutato. Si diceva solo così, di loro, venivano gentilmente allontanati e se ne scordava in fretta anche il nome. Sapeva che da qualche parte nell’Alveare c’erano delle stanzette bianche dove queste persone venivano tenute sedate nei loro lettucci finché un medico non decideva che avevano sofferto abbastanza.
- Meglio finire come ai vecchi tempo. Pazzi e soli nelle Terre Morte.
- Hai detto qualcosa?
Val sobbalzò. Non si era accorto che in biblioteca era entrato qualcuno.
Continua
07.gen2011 @ 14:41
Non ci sono commenti - Allora, raccontami della tua pianta! – la incoraggiò Calma, quando si furono sedute.
Era uno degli argomenti che Karis non avrebbe voluto affrontare, ma, per senso di onestà, sintetizzò all’amica quanto le aveva detto Serena.
- Be’, potresti pensare ad un bambino anche tu.
Ecco, quello era l’altro argomento.
- Tu sembri soddisfatta di essere incinta…
- Certo! Tutti ti trattano con rispetto, mangi di più e sei autorizzata a saltare noie come la Cerimonia di Insediamento dei nuovi Saggi.
- Ammetto che quest’ultimo punto sia fondamentale. – Non c’era niente di più noioso della Cerimonia di Insediamento – Tuttavia non mi basta per scodellare fuori una nuova creatura umana. Non quando sarei soddisfatta di scodellare nuove creature vegetali.
- Nessuna ti obbliga ad andare a lavorare al nido, se non vuoi. Puoi partorirlo e disinteressartene. Anche se devi ammettere che i bambini sono molto più interessanti delle piante.
- Certo. Piangono. Producono escrementi. Vomitano. Tutte cose che le piante non fanno.
Calma la guardò come se avesse appena detto qualcosa di orribile e tornò alla sua passata di piselli. Karis la sua l’aveva già terminata in due bocconi.
- Ti vedi ancora con Serio? – chiese.
Per Calma, la scelta del compagno con cui generare un figlio era stata una divertente caccia al ragazzo idoneo più attraente. Quando aveva scelto Serio per un paio di mesi si era disinteressata a tutto il resto dell’umanità. Karis aveva anche pensato che sarebbero diventati una di quelle coppie che finiscono per dividere la propria stanza e fare tutto insieme. Poi il giovane era sparito dal fianco e dai discorsi della ragazza.
Adesso Calma si limitò a stringersi nelle spalle.
- I ragazzi che vengono dichiarati idonei alla riproduzione sono sempre meno e, come dice lui, non poteva dedicarsi solo a me.
Non sembrava dispiaciuta. Karis si chiese come fosse possibile.
- Sei stata contenta della tua scelta?
Altra stretta di spalle.
- Alla fine capisci che è una cosa che devi fare. – disse, più seria – Io ho impiegato un anno a decidermi e alla fine non c’era praticamente nessuno che non tentasse di farmi capire che il mio dovere era generare un figlio per l’Alveare. Serio è servito allo scopo e con lui non è stato sgradevole. Non puzzava mai di sudore.
Non puzzava mai di sudore.
Una parte di Karis sperò disperatamente di poter dire qualcosa di meglio dell’uomo con cui avrebbe mescolato il proprio DNA.
- Fino a che punto hanno tentato di fartelo capire?
Calma si strinse nelle spalle.
- Non oltre alla ramanzina. Però io sono solo una come tante. Porto un buon patrimonio genetico medio, ho un discreto QI, ma non sono nulla di speciale. Io sono utile, tu sei preziosa.
Ecco, per nove anni l’avevano presa in giro per essere troppo alta, troppo pelosa e sempre la prima a capire le cose o a terminare un esercizio. Com’è che di colpo era diventata preziosa?
- Fino a che punto possono arrivare con me?
Calma guardò i rimasugli della sua passata di piselli.
- Ho sentito delle storie… Solo storie. Ho sentito di una ragazza portatrice di un gene che la rendeva immune a qualcosa. Non voleva avere figli. Alla fine un uomo l’ha presa con la forza. Lei l’ha denunciato, ma, capisci, il bene dell’Alveare viene prima del desiderio di un singolo.
- Per fortuna non sono immune a nessuna malattia. – fu tutto quello che Karis riuscì a dire.
Però sapeva di essere straordinariamente resistente alle tossine e alle radiazioni della superficie. Ne ricordava pochissimo, ma aveva vissuto i suoi primi sei anni là fuori.
Continua
03.dic2010 @ 19:05
C'è un commento RIASSUNTO DEI CAPITOLI PRECEDENTI: In un mondo devastato, l’umanità vive per lo più in colonie sotterranee, in una di queste abitano due adolescenti, Valente, detto Val e Karis. Mentre Val, in ricognizione in superficie, ha modo di vedere qualcosa di inaspettato: una nave volante guidata da uomini privi di tute protettive, Karis vede sfumare il suo sogno di diventare botanica. Nata in superficie e abbandonata bambina sulla soglia della struttura sotterranea che ospita l’insediamento, è portatrice di geni differenti e per questo destinata a un futuro di madre.
Karis entrò in sala mensa pregando che Calma la raggiungesse presto. Ormai non c’era modo di sedersi in una delle sale ricreazioni o semplicemente stare ferma in un angolo, senza che un ragazzo si sentisse in dovere di farle compagnia. Alcuni si sforzavano di essere simpatici, altri, come Acuto, erano solo inopportuni e volgari.
Eccola! Certo, non si poteva fare a meno di notarla. Il ventre gonfio di Calma sembrava sul punto di scoppiare, eppure, lei non era mai stata tanto bella. Adesso aveva le braccia in carne e le guance gonfie che si riempivano di fossette ad ogni sorriso, cosa che accadeva quasi ad ogni istante. Lo fecero anche adesso, appena riconobbe l’amica. Karis vide che tutto il viso di Calma risplendeva. Più che un bambino, sembrava portarsi dentro un’enorme lampada che lasciava trasparire la luce attraverso la pelle.
- Hai un aspetto splendido!
- Davvero? – non era solo luce, Calma sprigionava energia e soddisfazione come un tubo bucherellato in cui scorresse acqua a pressione – E io che pensavo che sarei stata ridicola, così grossa. Dai, sbrigati. Lo sai che ho sempre fame.
- Ho fame anch’io!
Presero il vassoio e si diressero verso il banco dove la cuoca distribuiva il pasto. Di sfuggita, Karis lesse il menù. Acqua vitaminizzata, passata di piselli e carne di cavia al vapore. Tanto per cambiare.
- Buon appetito! – disse la cuoca, porgendo il piatto a Karis.
La ragazza si chiese quale appetito si potesse soddisfare con quei tre centimetri di carne pallida che galleggiava sul un velo di passata verdastra. La sua maledizione era di essere tanto alta e aver sempre fame. C’erano giorni in cui le pareva che le dessero solo il necessario a mantenerla in piedi, o neppure quello. Calma, che le arrivava a stento alla spalla, aveva avuto due porzioni di carne.
- Privilegi della condizione! – sorrise l’amica, intercettando il suo sguardo. – Dai, cerchiamoci un posto dove sederci.
Continua
26.nov2010 @ 20:14
Non ci sono commenti Allegro e Divertente non erano più vicini a lui. L’aria era pervasa da un odore sconosciuto, dolciastro e piacevole. Le strumentazioni erano sparite dalla stanza. Proprio al centro dell’ambiente, però, si ergeva una sorta di baldacchino di pietra. All’interno del baldacchino vi era una teca e dentro, appoggiato a dei cuscini, c’era uno scheletro rivestito da strani abiti dalle decorazioni metalliche.
Qualcuno, da qualche parte, stava cantando. Una melodia composta solo da voci femminili, alcune giovani e forti, altre anziane, tremanti. Nel canto vi erano parole, ma Val non riusciva ad afferrarle. Più le voci si facevano vicine e più i ragazzo aveva l’impressione che pronunciassero suoni di una lingua sconosciuta.
Delle figure nere si avvicinarono a lui. D’istinto pensò che fossero soldati di Kalantios, poi vide che si trattava di una processione di donne vestite di nero in fila per due. Avevano abiti lunghi e non aderenti e un velo nero copriva il capo, incorniciando visi dalla pelle pallidissima, con ciglia e sopraciglia sottili, ma ben evidenti. Le donne passarono davanti a lui cantando, senza dar segno di vederlo.
- Val! Ehi, Val!
Con uno sforzo, il ragazzo aprì gli occhi. Si trovava a terra e Divertente e Allegro erano chini su di lui.
- Tutto bene? – la voce di Allegro trasudava ansia.
- Cos’è successo? – domandò Forte, accorrendo.
- Niente, sto bene. – disse Val, rialzandosi.
In realtà, non ne era affatto sicuro. Si sentiva sudaticcio e tremava tutto, infreddolito.
- Di colpo è diventato pallido pallido ed è scivolato a terra. L’abbiamo scosso, ma non riuscivamo a svegliarlo. – spiegò Divertente.
Forte lo guardò dritto negli occhi, con quel suo sguardo nero così difficile da sopportare.
- Oggi hai sparato per la prima volta in uno scontro. – disse infine il comandante.
- Si, signore.
L’espressione di Forte si concesse un piccolo cedimento che poteva assomigliare ad un sorriso.
- Ti sei comportato bene. Succede che il calo di tensione giochi brutti scherzi. Non te ne devi vergognare.
Val abbassò il capo. Non sapeva se poteva essere orgoglioso delle parole del comandante, perché aveva la certezza che quello che gli era appena successo non aveva nulla a che fare con la scaramuccia sulla spiaggia.
Continua
19.nov2010 @ 19:18
C'è un commento CAPITOLO 3 – Parte Prima
- Non chiedermi cos’è successo, il Buio mi prenda se l’ho capito. Sono arrivati all’alba. Hanno tentato in ogni modo di entrare nel laboratorio. Adesso penso che cercassero solo un rifugio da quella cosa.
Alle parole del Capo Ricercatore Costante, Forte annuì, pensieroso.
- Abbiamo sempre saputo che c’era qualcun altro là fuori. A quanto pare Kalantios non è in guerra solo con noi. – disse.
Val e Allegro, intanto, si guardavano intorno incuriositi, senza saper bene cosa fare.
Non erano mai stati nel laboratorio sull’isola e, se vi fossero venuti in un momento meno concitato, Costante avrebbe fatto fare loro un giro, spiegando lo scopo e il funzionamento di ciascuno degli strumenti. Adesso nessuno aveva tempo per i due ragazzi e loro erano indecisi se dare un’occhiata per conto proprio o rimanere vicino a Forte per ascoltare i suoi discorsi.
Val tentava di fare entrambe le cose. Si era liberato della scomoda tuta di superficie e si era posizionato in un punto dove potesse ascoltare Forte e allo stesso tempo guardarsi in giro. Il laboratorio lo intrigava. Aveva sempre pensato che si trattasse di una costruzione sotterranea realizzata negli ultimi decenni. Invece, già dalla scala che dal portellone conduceva in basso, si era reso conto che era stata riutilizzata una struttura risalente a prima del Tempo delle Catastrofi. Non c’era luogo di sua conoscenza dove si estraesse la pietra rossiccia con cui i gradini erano rivestiti. Anche la stanza in cui si trovavano aveva un’origine antica. Le pareti non erano rivestite di materiale isolante, ma di blocchi di pietra chiara contro i quali erano appoggiate le strumentazioni. In un angolo, era stati lasciati i resti di un’antica decorazione. Si trattava di un frammento di lastra di pietra nera su cui era riconoscibile a bassorilievo la figura di un uomo dalla lunga, buffa barba.
- Ehi, ragazzi, non statevene lì soli soletti. Sono il ricercatore Divertente e, se volete, vi porto a fare un giro.
A parlare era stato uno dei tecnici, un giovane magro magro dalla testa allungata e lucida che poteva avere forse due anni più di loro.
-Qui, – disse, indicando una delle strumentazioni della stanza – è dove lavoro io. Devo analizzare ogni giorno un campione d’acqua del lago, per controllare che tutto sia a posto e decidere come dobbiamo integrare la dieta delle nostre carpe.
Allegro guardò senza troppo interesse gli indicatori e le lancette del misuratore.
- Che sapore ha la carpa? Quand’è che la potremo mangiare?
Divertente sorrise.
- Le mangeremo appena saremo sicuri che la loro carne sia del tutto innocua. Quanto al sapore, quale che sia, io sarò felice di poterlo alternare al coniglio e alla cavia.
Anche io. Carpa al vapore gli suonava molto meglio che coniglio al vapore, anche se gli faceva impressione l’idea di mangiare qualcosa di proveniente dalla superficie
- Avete scoperto per caso la presenza di carpe nel lago, vero? – chiese
- Ci sono alcune specie di pesci nel lago, ma quasi tutte non sono commestibili. Inoltre pensavamo che accumulassero troppe tossine nelle loro carni. Invece fino ad ora le carpe sono risultate innocue. Naturalmente, prima di inserirle nei nostri menù dovremo essere certi di questo e assicurarci una produzione costante di pesce. Stiamo ancora studiando quale sia la loro dieta ottimale.
- Ma cos’è successo con quelli di Kalantios? – chiese Allegro.
Se non si potevano mangiare subito, per lui le carpe smettevano di esistere.
Divertente si strinse nelle spalle.
- Ne sapete più voi. Hanno tentato di sfondare il portellone con degli esplosivi. Non abbiamo avuto molte possibilità di agire. Speravamo che il portellone resistesse e che voi arrivaste in fretta… Mi sarebbe piaciuto essere con voi là fuori e vedere quella cosa volante.
- Sopra c’erano persone senza tute e caschi protettivi. – disse Val
- Sopra a cosa?
- Alla cosa volante. Si movevano sopra alla struttura che sembrava una barca per l’aria e io li ho visti. Anche quello che ha lanciato l’esplosivo. Aveva dei capelli lunghi e nessun casco.
Divertente scosse il capo, perplesso.
- Nessuno può stare a lungo in superficie senza protezioni. Chissà da dove venivano. Magari hanno caschi con delle decorazioni che ricordano i capelli. Forse tra di loro essere pelosi è considerato un pregio.
Val rimase un poco in silenzio, pensieroso. Lui, come la maggior parte degli abitanti dell’alveare, era completamente glabro. Gli avevano insegnato che era un tratto moderno, sviluppatosi nell’uomo da quando era stato costretto a vivere sotto terra. Ogni tanto continuavano a nascere bambini dotati di peli, ma se li tagliavano tutti per non essere presi in giro. La gente di Kalantios, aveva sentito dire, era più pelosa di loro, ma lui non ne aveva mai visto uno da vicino, come non aveva mai visto nessuno portare i capelli lunghi. Eppure era certo che quelle persone in volo non indossassero caschi. Quello che aveva visto erano proprio i loro capelli.
- Non è strano sapere all’improvviso che c’è qualcun altro, chissà dove, di cui non avevamo mai sentito parlare? – mormorò.
- Sappiamo che ci sono altri Alveari, da qualche parte. – rispose Divertente – Altre comunità umane, oltre a noi e a Kalantios devono per forza esserci. Vi ricordate? Meno di dieci anni fa una bambina proveniente da chissà dove era stata lasciata davanti all’Alveare.
- Karis. E’ stata messa a dormire nella nostra cella. – disse Allegro.
- Si. – continuò il ricercatore – A me non preoccupa che ci siano altre persone, là fuori. Ho paura che vengano a darci fastidio.
Pensieroso, Val si appoggiò al muro. Appena le sue mani arrivarono a contatto con la pietra, la vista gli si offuscò.
Continua
11.nov2010 @ 20:24
Non ci sono commenti RIASSUNTO DEL CAPITOLO PRECEDENTE: In una terra devastata al punto di non essere più abitabile in superficie, il giovane Valente, detto Val, vive in una comunità sotteranea, chiamata alveare. Finalmente i suoi sogni si avverano e viene chiamato a far parte di una squadra di superficie che, con l’ausilio di tute protettive, deve recarsi fino a un laboratorio separato dal resto dell’insediamento. Il gruppo scopre che il laboratorio è sotto attacco da parte di un insediamento nemico. Mentre il gruppo di Val ingaggia il combattimento un nave volante passa sui cieli sopra di loro. Val riesce a intravedere uomini privi di tuta a bordo della nave e a leggerle il nome scritto sulla fiancata: “Isola Sconosciuta”
CAPITOLO 2
Dietro il vetro della teca, la pianta si ergeva coraggiosa per tutti i suoi venti centimetri di altezza. Dallo stelo verde si erano aperti numerosi fiori dal vivido color violetto, che si stemperava in rosa e finiva nel bianco all’attaccatura dei petali. Una sofisticata trappola tesa verso insetti che non sarebbero mai arrivati.
Karis, però, sorrise. Confrontò ancora una volta la creatura con l’immagine scolorita che aveva in mano, poi attaccò l’etichetta al fondo della teca.
Orchis Militaris. Nome comune: orchidea.
- Bentornata. – disse.
Sistemò una sedia proprio davanti alla teca e rimase a guardarne i fiori, provando a chiedersi cosa significassero per lei. Un anno di lavoro e la qualifica di botanico, quasi certamente. Nessun altro nel suo corso era riuscito a replicare il DNA di un vegetale antico, fino a riprodurre la pianta. E poi quell’orchidea era parte di lei. Lo era sempre stata, anche se solo adesso ne vedeva il vero aspetto. Nove anni prima il suo genitore l’aveva lasciata davanti al portale dell’Alveare con un abito liso addosso, una benda sulla fronte piena di sogni fasulli e in tasca cinque campioni di DNA vegetale. Di questi, quattro erano compromessi, ma il quinto, l’orchis militaris, era risultato idoneo alla clonazione. Adesso Karis si trovava a guardare un fiore d’orchidea per la prima volta da tremila anni.
- E’ fiorita?
Serena, la responsabile del laboratorio, conosceva quegli ambienti tanto bene da riuscire a muoversi quasi senza rumore.
- Si. – rispose Karis, voltandosi.
Ancora una volta, Karis pensò che le sarebbe piaciuto diventare come lei. Una piccola, quieta e calva signora dell’Alveare, capace nel suo lavoro e sicura del motivo per cui stava al mondo. Il sorriso di Serena le aveva fatto apparire un arcobaleno di rughe intorno agli occhi senza ciglia. Davanti a lei, la ragazza si sentiva una selvaggia pelosa, piena di cose superflue, gli inutili capelli chiarissimi che era costretta a tagliare di continuo e l’altezza eccessiva, spreco di calorie e di centimetri. Un giorno, forse, sarebbe almeno riuscita ad essere capace e sicura come Serena.
- E’ bellissima – disse, senza reprimere l’entusiasmo.
Non si era mai sentita così orgogliosa.
- Si. – annuì Serena – E tu non dovresti essere ancora qui.
- Volevo essere la prima a vedere i fiori aperti.
- Ascolta, Karis, cosa credi faranno i Saggi con la tua orchidea?
- Non lo so.
Però immaginava di vederne intere fioriere in tutte le sale, immensi ammassi rosa e violetti alla mensa, colori inusitati che si accendevano nelle zone ricreative.
- Non saranno interessati alla coltivazione.
La voce di Serena era stata dolce, una ninnananna, e Karis sbatté più volte le palpebre.
- Cosa può fare un’orchidea? – disse ancora la donna, con tono gentile.
- E’ bella.
Si sentiva schiaffeggiata. Loro, soltanto loro, possedevano un fiore scomparso da tremila anni e Serena le chiedeva cosa dovesse fare, a parte esistere.
- Non se ne possono trarre alimenti, né nulla di utile. – continuò Serena – Non abbiamo spazio per la bellezza, ne abbiamo appena per la sopravvivenza. Le coltivazioni sotterranee bastano appena al nostro sostentamento e la loro illuminazione consuma moltissima dell’energia che produciamo. Non abbiamo bisogno di una pianta qualsiasi in più, abbiamo bisogno di essenze più utili di quelle che già abbiamo.
- Io… Mi hai affidato tu questo compito.
- Sapevo che per te era importante, ma non vorrei che tu attribuissi a quei fiori un significato che non hanno.
Un significato che non hanno.
Karis guardò la pianta dietro di lei. Si chiese se c’era un significato che quei fiori non avessero. Chiuse un istante gli occhi, per non rivelare quanto erano diventati lucidi.
- Avrò la qualifica di botanico? – chiese con un filo di voce.
Volevano toglierle anche quello?
- Le tue capacità sono indubbie. – la voce di Serena era sempre più dolce e Karis avrebbe preferito che fosse arrabbiata, per potersi arrabbiare a sua volta – Tuttavia mi chiedo cosa sia meglio per te e per l’Alveare. Ormai hai quindici anni e ho saputo che potresti prendere un compagno.
Non voleva parlarne, né della visita, né delle insistenze di Acuto, che si stavano facendo sempre più sgradevoli.
- Cosa ne pensi?
Karis si strinse nelle spalle.
- Non mi sento pronta, non adesso. Non voglio lasciare la botanica.
Serena sospirò, prese un’altra delle sedie del laboratorio e si posizionò di fronte alla ragazza.
- I Saggi mi hanno parlato di te, Karis. Sei speciale. Vieni da qualche parte là fuori, eppure né le radiazioni né i raggi solari ti hanno danneggiato e non sei sterile. La maggior parte delle tue coetanee ti invidia per questo. Inoltre sei portatrice di un patrimonio genetico diverso da quello più comune nell’Alveare e tu sai quale sia la nostra necessità di nuove linee genetiche. Il tuo dovere, secondo i saggi, dovrebbe essere quello di generare quanti più figli possibile.
Karis si fissava le mani, posate sulla stoffa chiara dei pantaloni.
- Credevo di essere portatrice di tratti primitivi.
Serena fece una smorfia.
- Non insultare la tua intelligenza. Lo sai che per invidia si dicono un sacco di sciocchezze. Sai abbastanza di ereditarietà per capire che un figlio generato da te ha altissime probabilità di essere sano.
Ecco perché Acuto ci teneva tanto. Aveva pensato che nessuno avrebbe voluto rischiare di avere un figlio alto e peloso come lei.
- So come ti senti. – continuò Serena, a voce più bassa – Sei innamorata del tuo lavoro e pensi che ogni minuto perso sarà irrecuperabile. Tuttavia la fertilità è un bene troppo fragile per essere ignorato.
Qualcosa, in quelle parole, fece rialzare lo sguardo a Karis
- Tu hai generato figli, Serena?
La donna calva la guardò con i grandi, dolci occhi proprio nei suoi.
- Un tempo mi sentivo troppo giovane. – disse, in un sussurro – Tra le ragazze delle celle del mio anno molte erano idonee e sembravano non aspettare altro, così mi dissi che c’era tempo. Due anni dopo la sterilità aveva colpito anche me.
Tu non puoi fare il mio stesso errore, l’alveare ha bisogno del tuo DNA
Continua

